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22 Ottobre 2020
Marianna Martino

Buttarsi quando non si è pronti

Mi ricordo che mio padre voleva iscrivermi al conservatorio di Pinerolo e quindi io e lui siamo andati a un incontro dove i maestri spiegavano le attività. Avevo circa sei anni. Ci siamo seduti, noi con altri genitori e figli, in questo salone grande con tante finestre, il piano a coda e il pavimento di legno cigolante. Le sedie erano in cerchio e non bastavano per tutti. Io ero seduta sulle ginocchia di mio padre.

Guardarsi le scarpe

A un certo punto chi parlava ha chiesto se a qualcuno dei bambini sarebbe piaciuto tenere in mano un violino. Tutti si guardavano le scarpe. Io mi guardavo le scarpe.

Una rapida mossa: mio papà mi ha dato uno slancio col ginocchio e mi ha catapultato al centro della stanza. Le mie guance ribollenti.

Sono sempre stata una bambina enormemente timida e insicura delle sue capacità e pago questa cosa ancora oggi che di anni ne ho quasi 40.

Sono forse morta ad alzarmi in piedi a tenere il violino davanti a tutti? No. Ero pronta per farlo? No.

Sono un’imbranata

Verso la fine del liceo ho rinunciato a tante cose per paura, perché mi sentivo sempre inadeguata e impreparata, il brutto anatroccolo, quella imbranata.

Poi è arrivata Zandegù e l’ho vista come un bene superiore, qualcosa per cui valeva la pena fare uno sforzo in più. Come forse già sai, te l’ho raccontato tante volte, Zandegù è nata nel 2005 come casa editrice che pubblicava romanzi di autori italiani. All’epoca avevo 22 anni e la cosa ha fatto notizia. Mi hanno intervistata al Tg2, a Radio Deejay, sono venuti a casa a farmi un servizio fotografico per Grazia. Una marea di cose che mi terrorizzavano. Ricordo che mi tremava la voce, quando dovevo parlare di fronte alla telecamera, e mi sentivo un’idiota mentre scattavamo le foto. Ah, che relax!

Lo facevo per Zandegù, lo facevo con ansia. Ma dopo mi sentivo orgogliosa di me.

La ricaduta personale del buttarsi

La verità è che tutte queste cose fatte per lavoro negli anni, hanno avuto una ricaduta importante su di me come persona.

Col tempo ho imparato a trovarmele io, le occasioni che mi mettono a disagio. Le vedo come occasioni per crescere, mettermi alla prova. Anche se ho sempre una maledetta paura.

Vivo da sempre, e dopo il lockdown è molto peggiorata, con la mia ansia: prima di un corso in aula non dormo, ci arrivo con le occhiaie e molto stanca. Alla consegna di una strategia arrivo agitata, di solito dopo una visita al bagno.

Su alcune cose sono migliorata e non sono più la bambina timida del conservatorio, su altre ci sto ancora combattendo. So che a modo mio sono forte, anche se inzuppata fino al tallone dentro la fragilità.

Gli iperformati che non si buttano

In tanti anni che facciamo corsi, ho visto un sacco di ripetenti. Non i ripetenti del liceo, quelli che avevano la barba e avevano già l’auto, mentre i compagni scoprivano i brufoli.

Parlo degli iperformati, quelli che frequentano tutti i nostri corsi, acquistano tutti i nostri ebook e vogliono esplorare ogni anfratto della materia “comunicazione”. Di alcuni conosco le storie personali, coltivano da anni il sogno di mettersi in proprio, ma non se la sentono mai, ancora qualche mese e poi…

Altri invece sono già in proprio, ma non mettono mai in pratica quello che imparano. C’è come un blocco psicologico che gli impedisce di “fare”.

Ai primi vorrei dire una cosa: buttatevi anche se non vi sentite del tutto pronti. Non è un invito a essere incoscienti, o a lanciarsi sul mercato proponendo prodotti fatti male o comunicati peggio. (Lo dico tutti i giorni su Instagram con il nostro decalogo #andiamoalsodo, e sai quanto ci tengo che nasca una nuova generazione di imprenditori, freelance e professionisti consapevoli del valore che possono portare nel mondo).

Però a un certo punto ci va un po’ di obiettività: hai studiato, ti sei formato, hai dei prodotti, hai dei soldi da investire e allora tocca che ti butti, anche se non ti senti del tutto pronto.

Quando sono ripartita la seconda volta con Zandegù, pensi forse che mi sentissi pronta? Ero terrorizzata, avevo già un fallimento alle spalle e ogni scelta mi sembrava azzardata. Eppure dopo otto anni ancora sono qui e le cose stanno andando sempre meglio, incrociando le dita!

Chi ha lo scoglio del mettere in pratica

Ai secondi vorrei dire che la teoria è bella, ma la si impara ancora meglio facendo le cose. A un certo punto bisogna esporsi al rischio di sbagliare. Sono gli sbagli che ci fanno crescere e migliorare. Pensi che noi di Zandegù non sbagliamo mai? Sbagliamo dal giorno uno e, recentemente, abbiamo toppato l’invio della nostra Scuola elementare di Instagram. Abbiamo avuto un problema con Mailchimp, ci siamo mangiati le mani un milione di volte, ma siamo ancora vivi, ci siamo scusati e siamo andati avanti.

Ricorda una cosa: se proprio il “fare”, il mettere in pratica alcuni aspetti del tuo lavoro non è nelle tue corde, ci siamo noi di Zandegù che possiamo darti una mano: facciamo consulenze di branding e comunicazione che possono avere un impatto concreto nel lavoro, instradarti e darti consigli pratici e individuali.

Ora tocca a te!

E tu cosa mi dici? È arrivato il tuo momento per buttarti? C’è ancora qualcosa che ti frena? Ti va di dirmelo nei commenti? Se ti va tagga @zandegu_ su Instagram e usa #andiamoalsodo

Noi ci leggiamo la prossima settimana!

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