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1 Settembre 2016
Marianna Martino

Mangia, prega, pubblica a pagamento

E così rieccoci. Le ferie sono andate (spero tu ti sia divertito e riposato), i mojito sulla spiaggia un lontano ricordo (per noi, lontanissimo, visto che non siamo manco andati al mare) e presto il segno dell’abbronzatura comincerà a sbiadire. Tanto vale parlare di cose serie, no?

È già da un po’ che penso di scrivere un post su un argomento che ci sta molto a cuore e oggi è venuto il momento di farlo.

L’altro giorno è arrivata un’email. Era una proposta di pubblicazione ma il romanzo non era nemmeno allegato, perché l’aspirante ci scriveva in primis per chiederci a quanto ammontava il “contributo per la pubblicazione”.

Le mie reazioni sono state 3, una via l’altra, come le maledette olive all’ascolana che mangio a grappoli.

  1. Indignazione, cioè: Ma come osa questo qui?!?
  2. Empatia, cioè: Ormai pure gli autori sono disillusi…
  3. Nervoso, cioè: Ma quindi la gente pensa che non si debba faticare per farsi pubblicare?

 

Vediamole a una a una.

1. Indignazione, cioè: Ma come osa questo qui?!?

Sì, cioè, in effetti non l’abbiamo più scritto sul nostro sito, ma lo davo per scontato: Zandegù non è una casa editrice a pagamento. Significa che l’autore non ci paga per pubblicare il suo libro. Anzi, siamo noi a pagare le royalties all’autore e a mandargli i rendiconti. Saremo piccoli, saremo indipendenti, saremo barotti, saremo quello che vuoi, ma siamo gente seria, noi. E facciamo il nostro lavoro, cosa che gli editori a pagamento (cioè, gli stampatori) manco fanno. Perché, se non lo sai, chi si fa pagare per pubblicare il tuo libro, spacciandosi da editore, di solito non edita, non corregge le bozze e non fa lavoro di promozione. Si prende i tuoi soldi, stampa il libro, ti manda le copie a casa e stop. Finita lì.

2. Empatia, cioè: Ormai pure gli autori sono disillusi…

Subito dopo ho pensato: “Oh, poverino. Avrà già ricevuto tante di quelle fregature, che ormai mette le mani avanti, avrà il suo piccolo cuore di aspirante scrittore spezzato, i suoi sogni ogni giorno un pochino più infranti, le sue fatiche sempre meno comprese dagli altri. Avrà trovato solo gatti e volpi sul suo cammino, mai un editore serio e premuroso a tendergli una mano e un contratto editoriale. Ora penserà che tutti chiedano soldi per pubblicarti e quindi, povero, lui si informa”. La tenerezza verso l’aspirante è durata pochissimo, proprio il tempo di battere le palpebre e passare al…

3. Nervoso, cioè: Ma quindi la gente pensa che non si debba faticare per farsi pubblicare?

E sì, poi mi sono subito scaldata come una pentola in alluminio. Siamo matti? Quindi questo signore pensa che tutti gli editori siano a pagamento, perché manco sa come funziona il mercato del libro, non sa come proporsi in modo corretto, non sa che ci sono agenti, lettori, editor, scout e gente che lavora per trovare le storie che funzionano, che vendono, che si fanno leggere. Oppure lo sa e non gliene frega niente, vuole solo il suo maledetto libro a forma di libro, cioè stampato, non più un file di Word, da dare a Natale alla sua famiglia o per fare il figo in giro e dire che lo hanno pubblicato, ma non è che lo ha fatto da solo con Amazon o altre cose così, no no: lui lo ha proprio pubblicato una casa editrice. Vedi? C’è il nome dell’editore sulla copertina e pure il codice ISBN. E se le librerie lo ordinano, lo possono pure vendere e comprare.

Insomma, mi è partita una coronaria a momenti. Capisci?

E tu potrai dire: “Machettefrega? Son soldi dell’autore! Se vuole pubblicare a pagamento, lascialo fare, no?”.

Certo, potrei fregarmene e, infatti dell’autore me ne frego. È dell’editore che mi preoccupo: dell’editore (o stampatore) che non si prende, come tutte le aziende fanno, il suo rischio di impresa e lo carica sull’autore. Dell’editore (o stampatore) che, e mi fa incazzare tantissimo, forse guadagna pure più di me e non gioca in modo corretto. Dell’editore (o stampatore) che alla fine non fa cultura, preme solo il tasto stampa e immette, in un mercato già saturo, l’ennesimo prodotto mal curato, mal pensato, mal promosso e mal distribuito. Creando quindi un danno a tutta la filiera (erano mesi che volevo usare questa parola!).

Insomma, come si diceva nella pubblicità Progresso degli anni ’70: l’editore a pagamento avvelena anche te. Digli di smettere.

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