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7 Dicembre 2016
Marianna Martino

ll diritto di essere cretiny

Quando abbiamo riaperto, una delle prime cose che ho fatto (e che sono, secondo me, completamente inutili) è stato far stampare i biglietti da visita. Sotto il mio nome, volevo mettere una dicitura “simpatica”, perché CEO mi faceva troppo startupparo milanese, EDITORE era corretto ma troppo serio, TITOLARE troppo vecchio.

Zuzzurellona + cretinetti

Così ho optato per “editrice zuzzurellona” e lì è rimasto. Zuzzurellona è saltato fuori sfogliando il vocabolario. Cercavo una parola poco usata e che desse l’idea che non sono una persona seriosa. Cavolo, era pure con la Z! Meglio di così!

Tempo dopo, per qualche mese, ho avuto un blog che si chiamava La Cretinetti. Come blogger facevo cagare, quindi l’ho chiuso in fretta.

Il denominatore comune di queste storie sono “zuzzurellona” e “cretinetti”. Se vai a cercarle sulla Treccani, per dire, scopri che non hanno un’accezione positivissima, c’è sempre dietro quell’idea che il soggetto definito dai questi due aggettivi sia un po’ uno scemotto, ingenuo, ridicolo, uno che non vuole crescere, vuole rimanere bambino e giocare.

Infatti, come spesso capita, mi sono arrivate un sacco di critiche. “Sono parole che ti sminuiscono, non ti danno valore, non vanno bene, ti dai la zappa sui piedi da sola”.

You gotta fight for your right to be pirla

Boh, sarà che quelli che si autoelogiano non mi piacciono tanto – “Sono CEO, COO, CFO della mia ditta composta unicamente da me che faccio il traduttore e lavoro da casa” – sarà, sarà come sarà, io invece difendo il mio diritto a essere cretiny e a dirlo al mondo.

Sì, d’accordo, credo di lavorare bene, sono molto organizzata, proto-dittatoriale in ufficio (Marco giassai), metodica, creativa (a volte), lavoratrice indefessa (e talvolta fessa), ma sono anche ingenua (sono sicura che a 80 anni un “ragazzo del gas” si porterà via tutti i miei risparmi), ridicola (mi faccio figurini di cacca tutti i giorni, certi sono quasi leggenda), una che non vuole crescere (odio l’idea di invecchiare, ma mica per i capelli bianchi, le rughe o l’interno delle braccia che diventa molle. Perché si riduce il tempo a disposizione per divertirsi, mangiare, leggere, cazzeggiare, viaggiare, fare sesso, stare con gli amici, bere, fumare, cantare a pieni polmoni).

Io ci credo proprio tanto che le cose vadano prese con leggerezza, ma lo sto capendo sempre di più da qualche anno.

Capitano, pasta del mio capitano!

Per dire: “Carpe diem” a me è sempre parsa un’enorme stronzata. Guardavo L’attimo fuggente e pensavo: “Ma sì sì, bello cogliere l’attimo, però invece no, le cose vanno ponderate, meditate, soppesate, ragionate, valutate, scandagliate”. Che pizzaaaaaaa!

Non sto ovviamente dicendo di vendere casa domani, scappare col primo sconosciuto che passa, spendere tutti i propri risparmi da Tiger o gettarsi da una montagna senza paracadute. Sto dicendo, però, che concedersi di tanto in tanto di essere un po’ scemotti, strani forte, allegri, ingenui e piterpan, ecco, anche quello va bene.

Chi mi conosce da vicino sa che mangio sempre tanto, ne bevo sempre uno di troppo, parlo come magno (e dico un sacco di parolacce) e mille altre cose che non sono sempre viste da tutti di buon’occhio.

Però queste cose non vanno a compromettere, e mai lo faranno, la qualità del mio lavoro e la mia disponibilità verso gli altri.

That’s amore!

Questo per dire che sì, anche sul lavoro si possono fare battute, ci si può divertire, si può ridere e scherzare. Lavorare in proprio è già un’enorme fatica, cerchiamo almeno di renderla sopportabile, no?

Come dice Dean Martin in una delle mie canzoni preferite di sempre, poi, se bevi troppo vino il mondo inizia a brillare. Ecco, anche senza alcolici, per me, un giorno che vale la pena vivere è un giorno dove le cose brillano, come se avessi alzato un po’ il gomito.

Io, dall’inizio del 2016, cerco di vivermela così (col sole in fronte e felice canto): dormo meglio e sono contenta. E il mio proposito per il prossimo anno è continuare a fare così. Con leggerezza.

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