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1 Ottobre 2020
Marianna Martino

La passione nel lavoro non basta

La passione nel lavoro non basta. E non mi stancherò mai di dirlo.

Tipo: mio padre faceva l’elettricista. Preparava complicati tracciati, faceva disegni su disegni, ragionava, smadonnava coi fornitori, si sporcava le mani, trapanava, tirava metri e metri di cavi, collegava relè e altre cose che non ho mai veramente del tutto capito.

Io non l’ho mai sentito dire una volta: “fare l’elettricista mi appassiona”. Credo lo appassionasse di più pisolare sul divano, o andare in giro in auto senza meta, o nuotare in mare.

Sicuramente era un lavoro che gli piaceva, che si era scelto, figlio del suo diploma in perito elettrotecnico.

Passione vs pagnotta

Una volta non si stava tanto ad ascoltare questo mito del “segui le tue passioni”.

Il mantra era: trovati un lavoro e porta a casa la pagnotta, che ci sono i conti da pagare, (se sei fortunato) il mutuo e poi i figli da vestire e i libri per la scuola da comprare.

Lavorare era quello che era. Un modo per avere i soldi per condurre la propria vita. Ora non ci basta più. Non è pensabile lavorare 8 ore al giorno, 5 giorni la settimana, 20 giorni al mese per prendere solo lo stipendio.

No, oggi abbiamo fatto le scuole alte, abbiamo le lauree, i master, i post master, i corsi di aggiornamento, gli Erasmus all’estero, i tirocini in agenzia, i Ted Talk che dobbiamo volere di più, perché è tutto possibile.

Ce lo dicono quelli di Nike. Ehi, attenzione: non sono scarpe da ginnastica, sono emozioni.

Ce lo dicono le guru di Instagram: “fai come me” e fatturerai 8.000€ al mese vendendo integratori per la dieta.

Noi delle scuole alte e delle alte aspettative

Noi dei grandi sogni. Noi che, diamine, dovremo ben fare meglio dei nostri genitori. Oltre l’operaio, oltre la cassiera, oltre il diploma. Oltre.

E, giustamente, ci si sono messi anche i genitori. Mio padre, verso i miei 19 anni, mi aveva detto: “Se vuoi io posso provare a chiedere per un posto in fabbrica, ma piuttosto mi ammazzo”. Tutti sognano qualcosa di meglio per i propri figli. E noi siamo venuti su credendo di poter fare meglio.

Ma fare meglio cosa?

Se parliamo di lavoro in proprio, c’è chi apre la Piva perché ce l’ha nel DNA, e chi perché non sa che altro fare: la vita gli ha tirato una palla curva.

Un caso che ho sentito spesso? “I miei amici dicono che non hanno mai mangiato cupcakes buoni come i miei. In fondo li cucino tutte le settimane. Potrei aprire una bakery, no?”.

Poi chiedi una mano al partner, ai genitori, un finanziamento in banca, non fai una ricerca di mercato, non sai a quanto venderli i cupcakes, non hai manco visto che 100 metri più avanti dal tuo negozio c’è la pasticceria storica: non fa i cupcakes ma le bignole a regola d’arte, sì. E ha la coda. E la novità, quella dei tuoi cupcakes, dura un attimo, sei mesi volano. Poi forse quei cupcakes non erano così memorabili, o non riesci a star dietro alla cucina, o alle spese. Vorresti il sito ma costa, ci provi con Instagram – ti aiuta tua cugina che è giovane e ne sa di queste cose – e poi la storia sappiamo bene come va a finire.

Non è sempre così, certo. C’è chi si fa fare il business model e plan, chi fa delle prove, chi analizza il mercato e il target, chi parte in piccolo e poi cresce a passi di bimbo.

Siamo la generazione che non si accontenta

Il lavoro non è solo un modo per avere uno stipendio. È un modo per realizzarsi, per essere felici.

Ne ho parlato lunedì scorso su Instagram in questa diretta che puoi vedere qui e ci sono stati un sacco di commenti accorati.

È giusto lavorare ed essere felici del proprio lavoro? Certo che sì, sennò sai che suicidio. Io per prima sono orgogliosa ogni giorno che varco la soglia della Zandecasa. Amo il mio lavoro, ci metto tutta me stessa e lo curo come fosse un figlio per dare servizi di valore a chi ci sceglie ogni giorno e per me, per guardarmi fiera allo specchio la mattina. Ma i lati di belli di Zandegù sono solo una parte: c’è anche il dark side of the moon, ma non tutti ne tengono conto quando partono. Si fanno abbagliare dai glitter strombazzati in rete (fai come me! È facile!), ma quelli è un attimo che volano via.

Le passioni passano

I conti, le strategie, la formazione, il confronto, la conoscenza del settore, il pragmatismo: quelle sono le cose che ti fanno stare in piedi.

La passione è la mano sotto il sellino che ti dà la spinta. Poi a pedalare ci sono le tue gambe. La passione non ha mai imparato a pedalare. Al massimo si siede con te nel cestino, ti sorride, ti guarda e, sorridendo, ti dice che stai andando bene.

***

Questo post è frutto di quello che ho capito sulla passione e il lavoro in questi ultimi 8 anni di Zandegù. La passione da sola non basta è il primo punto del decalogo di #andiamoalsodo (lo trovi nelle Storie in evidenza su Instagram), la serie di miti da sfatare subito se si vuole diventare imprenditori consapevoli e forti. Se vuoi, usa anche l’hashtag per parlare dei tuoi momenti di consapevolezza lavorativa!

Tu cosa ne pensi? Se ti va dimmi la tua: sarò felice di ascoltarti!

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