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28 Maggio 2019
Marianna Martino

Hai i numeri giusti?

Da fine aprile, Instagram sta sperimentando l’oscuramento del conteggio dei like sotto le foto. Perché mai? Per evitare che le persone mettano cuoricini, condividano e salvino spinti (soprattutto) dal numero di like. Così facendo si spera che queste azioni verrano fatte sulla base del sincero apprezzamento verso quello scatto o verso la didascalia. Sarà vero? Chissà.

Quello che pare sia assodato, invece, è quanto i social abbiano creato disordini mentali sulle persone (e sugli adolescenti in particolare). Qua per approfondire ti lascio un bell’articolo dell’Independent.

Ha visualizzato ma non ha risposto

Non è una notizia tanto sconvolgente: io per prima e quasi tutti i miei amici siamo condizionati dai social. Quella ha preso più like di me ma le sue foto fanno schifo. Quelli là perché li seguono tutti? Avranno comprato i follower? Prima facevo 100 like ora 70: non valgo più nulla. Hai visto cos’ha messo Mario su Facebook? L’ho scritto nelle Stories, non lo sapevi ancora? Aspetta a mangiare che faccio una foto della pasta per Instagram.

Verrebbe da dire: ma come diamine ci siamo ridotti che a 40 anni stiamo messi così? Oppure questo è il nostro presente e dobbiamo semplicemente imparare a viverci?

Faccio un podcast?

L’altro giorno ne parlavo con un amico e mi ha fatto molto riflettere. Diceva: “Sarebbe bello tornare a mettere una foto del tuo cane perché ti va, non perché c’è una strategia dietro. Anche una foto non venuta tanto bene, messa all’orario sbagliato, senza hashtag o didascalia poetica”. A lui non piace che online sei qualcuno che non sei nella vita vera. Che devi ragionare sull’immagine da dare agli altri, sui contenuti che vuoi condividere, sullo stile. E così azzeri la spontaneità e ti preoccupi di fatti come: “Avrò abbastanza like? Perché la gente mi defollowa? Dovrò aprire anche il canale YouTube? Potrei fare un podcast?”.

Draghi del fotoritocco

Ma mi ha davvero colpita quando ha detto: “Io sono bravissimo a fare torte, le fotografo e le metto su Instragram. Poi arriva Mario che fa torte pure lui. Magari sono meno buone o belle, però lui è un drago con il fotoritocco, sa fare Stories super interattive, ha tempo di postare tutti i giorni e tac: arrivano i numeri, la gente lo segue, le aziende lo chiamano, e io resto sbiadito sullo sfondo, non conto niente, anche se oggettivamente sono molto più bravo di Mario”.

Cry me a river

Sappiamo fare qualcosa o tutto quello che sappiamo è circoscritto dal recinto dei social? Se crollano i social ci mettiamo a piangere come Jesse Taylor quando le hanno chiuso l’account Instagram?

Una volta si diceva: “Quello hai i numeri giusti” e lo si diceva per identificare uno bravo, che aveva stoffa, sapeva quello che faceva, aveva le carte in regola per farcela e sfondare. Numeri metaforici, competenze tangibili.

Oggi sembra quasi che i numeri siano tangibili e le competenze siano meno importanti. Io non ci credo che gli influencer o i creator siano una manica di caproni ignoranti e senza arte né parte. Però credo che chi è smart online possa oscurare chi ha competenze maggiori nello stesso campo. È giusto, perché è così che si gioca nel 2019, o è una cosa che ci dovrebbe far girare le scatole?

La domanda che oggi mi faccio è: “Ho i numeri giusti?”.

No, non ce li ho: non ho decine di migliaia di follower su Instagram o Facebook, le mie storie vengono viste qualche centinaio di volte, la mia newsletter non ha superato ancora il muro dei 4.000 iscritti, il mio fatturato annuo non mi ha permesso di sentirmi arrivata o sedermi a meditare sulla pensione.

Ho però i numeri giusti per farcela? Penso di sì. Ho quei pochissimi numeri che secondo me alla fine contano e che, io ci credo ancora, mi porteranno avanti anche se magari non diventerò un’influencer pitonatissima.

Diamo i numeri! Tre!

Ho tre collaboratori fidati – Marco, Enrico e Alessandro – per fare più cose, dividersi le fatiche, le glorie, moltiplicare per 500 le idee.

Due!

Ho due mani per fare un botto di cose e schiacciare i tasti del computer per programmare corsi, eventi, libri. Ho due mani per asciugarmi gli occhi quando mi viene da piangere perché sono scoraggiata o stanca. Ho due mani per dare una pacca sulla spalla o una carezza alle persone che lavorano con me ogni giorno.

Ho due occhi per guardare al mondo con curiosità, meravigliarmi di tutto e tenere viva la mia creatività. Ho due occhi per vedere le facce dei corsisti e dei docenti e dei collaboratori, i sorrisi, le espressioni preoccupate o deluse o felici e diventare ogni giorno più attenta a chi mi circonda.

Ho due orecchie per ascoltare cosa si dice intorno e cambiare e adattarmi e captare suggerimenti, consigli, critiche, domande. Per non accontentarmi mai di cosa già faccio e spingermi sempre oltre.

Uno!

Ho un cervello per creare, pensare, sognare in grande, tenere in piedi la baracca.

Ho un cuore da seguire e lui mi dice che sì, è una fatica pazzesca, peggio di come la immaginavi, con grandi scivolate di culo, che però sono meglio di quelle di ginocchia. Respira, prova, fai: da qualche parte si arriva. E se non si arriva, vedrai che te ne inventi un’altra e non succederà niente di irreparabile. Avevi 5 in matematica, non hai mai capito l’algebra, ma non temere. I numeri giusti li hai. E non saranno i follower o i like a dirti il contrario.

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