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2 Febbraio 2017
Marianna Martino

Essere diversi

Quando avevo 15 anni mio padre, una volta che eravamo in centro, mi ha chiesto: “Ma perché non sei come tutte le altre (ragazze)?”.

Born in the Pinerolo

So che non lo diceva per offendermi, sono sicura che fosse contento di avere una figlia che non si omologava, ma di certo non ero come le altre ragazze della mia età, a Pinerolo, negli anni ’90. Avevo i pantaloni scozzesi e una t-shirt degli Iron Maiden che un tempo era nera, un sacco di borchie ai polsi e i capelli corti spettinati non ad arte con tonnellate di gel Studio Line de L’Oreal.

Non che fossi una vera punkettona, avevo pur sempre 15 anni e andavo dalle suore (aiut’) a Pinerolo, ma ero l’unica così (o quasi) in tutta la scuola, circondata da ragazze già donne, meno arrabbiate, che non avevano problemi con gonne, golfini, cerchietti e scarpe col tacco.

Mi si notava, diciamo

Ero diversa, timidissima ma di quella timidezza che poi sei sempre incazzato, con un sacco di opinioni, con la testa sempre ficcata in un libro nascosto dal quadernone ad anelli, mentre si faceva lezione. Ero sola, sfigata in amore oltre ogni dire, imbranata in qualunque attività sportiva, incapace di scendere a compromessi, impaurita dalla mia ombra. Dicevo un sacco di parolacce, i prof mi chiedevano spesso se avevo problemi a casa, se ero comunista (perché portavo la kefiah), se ero di destra (perché leggevo Il signore degli anelli), perché non la smettevo di usare tutto quel gel che poi mi entrava in testa.

Nonostante la percezione che se fossi stata meno dolcemente complicata avrei avuto un’adolescenza più sopportabile, a me faceva schifo essere come gli altri. Ero stra-convinta che le persone dovessero apprezzarmi per quello che ero. Per me essere diversa era un punto d’onore, era la mia caratteristica migliore: “Non sono come gli altri, non so stare al mondo, ma va bene così”.

Usare l’ammorbidente

Certo, non so te, ma io con il tempo mi sono ammorbidita e sì, sono scesa a compromessi, tipo che non mi pettino più con le bombe a mano, un po’ per me stessa ma anche per gli altri. Eppure, nonostante tutto, io sono ancora convinta che la mia caratteristica migliore sia l’essere diversa. E non passa giorno che non mi senta così, con le mie battute sboccate e fuori luogo, con i miei orecchini con i soldatini, con le mie opinioni sempre un po’ troppo urlate, con i miei gusti non sempre alla menta (come diciamo qui).

È per questo che ho una simpatia viscerale per chi è strano, buffo, brutto, imbranato, impaurito, solo, non alla moda, pettinato strano, logorroico, timido, con un sense of humor cattivo.

Strani al quadrato

Se ero tutta quadrata, Zandegù manco sarebbe esistita, poi, e mi piace tantissimo l’idea che la nostra realtà sia il posto giusto per chi “il coraggio di vivere quello ancora non c’è” e magari lo si trova insieme, il coraggio, e non si viene giudicati. Non credo sia un caso, infatti, che Zandegù abbia qualche fan: là fuori è pieno di gente come noi (“che non sta più insieme ma che come noi ancora si vuol bene”. Ah, cara Ivana Spagna, ci manchi, quando fai un nuovo disco?).

Ecco quindi un post per chi si sente diverso. Coltivala quella maledetta diversità, l’inadeguatezza, la stramberia. Perché qua fuori (o almeno in via Exilles 18 bis) c’è qualcuno che l’apprezza. Perché ti farà fare grandi cose, e piccole cose, e cose medie, ma comunque ti farà fare delle cose, che guarda che magari ti sembra poca cosa, ma non lo è affatto. La diversità mette in moto il cervello, apre portoni, apre menti, fa venire dubbi, rende curiosi ed è maledettamente divertente.

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