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9 Giugno 2016
Marianna Martino

Ho ricevuto un’email che mi ha fatto arrabbiare

Come avviene il primo contatto tra un aspirante scrittore e un editore? Qual è quel momento in cui i loro indici si toccano, come nella creazione di Adamo nella Cappella Sistina?

Spesso, questo toccarsi di indici, tra scrittore ed editore, passa per un’email.

Buon senso

Siccome uno ci ha impiegato mesi, se non a volte anni, a scrivere il suo manoscritto, è facile pensare che in quell’email voglia mettere tutto se stesso. Cazzarola, quell’email deve far capire chi siamo come autori e come persone. Deve raccontare di noi, ma deve anche far capire che conosciamo l’editore e non l’abbiamo scelto estraendo il suo nome da un cilindro. Deve anche raccontare, in breve, il libro che stiamo proponendo e magari emozionare chi ci leggerà (cosa non da poco). Ovviamente, deve trasparire in modo chiaro il nostro stile e la nostra capacità di scrittura. Sono poche righe, ma già possono dire moltissimo.

Oltretutto, è buona norma – e questo, sono sicura, te lo diceva già tua nonna – essere cortesi, salutare, ringraziare, eccetera.

Tutte queste regoline non è che me le hanno insegnate in un master alla Bocconi, eh? Si chiamano semplicemente “buon senso”.

La verità ti fa male lo so

Invece, la verità è che poi, molto più spesso, arrivano email di questo tipo:

Email di esempio

Cioè, l’intero testo di accompagnamento al tuo manoscritto – ricordiamo: quello che ci hai messo mesi, forse persino anni, a scrivere – è IN ALLEGATO MANOSCRITTO?

Senza buongiorno, buonasera, grazie per l’attenzione, due parole per spiegare chi sei, perché lo mandi a noi, perché vale la pena leggere o, se proprio sei pigro, manco i tuoi recapiti per contattarti?

L’argomento “come proporsi a un editore” è immenso e penso ci farò una serie di post, ma qui voglio davvero ragionare con te sul buon senso.

Questo sconosciuto

Sì, perché l’editore mica pretende che il manoscritto arrivi via drone o con un araldo che bussa alla porta e squillino le trombe! Non ci serve la raccomandata, figuriamoci un testo miniato da un monaco cistercense. Però, perdincibacco, almeno un po’ di sano buon senso, no?

Perché, diciamolo, a me se non mi dici Buongiorno o Grazie a inizio e fine email può anche non importare tanto (invece mi importa un sacco!) ma è ovvio che l’aspirante autore, così facendo, mostra solo tanta pochezza, tanta approssimazione.

Cioè, pensi che poi io l’allegato lo apra? Che legga il tuo manoscritto? Sarà poi un caso che 9 volte su 10 chi manda email così pessime, poi è anche un cane a scrivere?

A volte, però, non si arriva a tali abissi di inettitudine. Semplicemente capita che le email che accompagnano lo scritto siano banali. Avrebbe potuto scriverle mia cugina, come il signore laggiù o il panettiere all’angolo.

Perché tanta fretta di liberarsi dell’email?

Perché volersi tanto male, apprezzare così poco noi stessi e quello che abbiamo scritto? Non lo diceva sempre anche la Ventura nazionale: crederci sempre, arrendersi mai?

Insomma, tante domande e solo un’unica grande risposta. Mettici un po’ di buon senso quando stai per mandare il tuo sudato manoscritto a un editore. Tanto impegno e lavoro non possono andare in vacca perché non c’avevi tempo o voglia di scrivere un’email.
Certo, scrivere un’email decente è un lavoro, te lo assicuro, ma ne vale la pena e non è una missione impossibile (lo spiega e dà tante dritte su come fare anche la nostra Annamaria Anelli nel suo ebook Scrivere email, costruire relazioni).

È il tuo biglietto da visita più importante, da questa dipende l’apertura del file e, forse, pure le sorti della pace nel mondo.

Io, l’email sopra l’ho cestinata subito, tanto mi ha fatto girare i coglioni. Tu che avresti fatto?

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