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7 settembre 2017
Marianna

Tacere

Ho sempre il dubbio: ma non staremo parlando troppo, dicendo una marea di minchiate con ‘sto blog, con i post, con le foto (che anche se non hanno parole, valgono più di mille parole, dicono), con le stories, con i video qua e là?

Sono sempre stata timida e incapace di difendere le mie idee. Fino al 2015 non ho mai pensato di dire nulla sui social. Postavo solo foto di canini e condividevo status democristiani su cose democristiane. Di me non dicevo nulla.

Poi ho iniziato gradualmente a espormi. Scrivo un sacco qui, sul mio profilo Facebook, posto quasi ogni giorno su Instagram e poi ci sono i canali di Zandegù. Ho iniziato a fare le stories dove mi metto in piazza: certo, non racconto cose così private di me, ma comunque chi ha voglia di farsi i fatti miei può. Racconto cosa faccio, che gusti ho, che cosa penso, cosa mi interessa.

Chissene?

Da quando abbiamo rivisto la nostra strategia di comunicazione, due anni fa, che prevedeva, appunto, una maggiore esposizione di me e Marco, le cose sono cambiate. Ho preso confidenza con il postare, col commentare, col condividere e mettersi in gioco. Ci ho preso gusto. Prima con Zandegù, poi anche con i miei canali personali. E, così, col tempo, ho iniziato a pensare di avere delle cose da dire. Ok, non sono Schopenhauer né Lena Dunham, ma mi sembra di avere delle idee, delle opinioni, delle risate che ho voglia di condividere con gli altri.

Però, alla fine. Ecco… ma chissenefrega? Cioè se ho sonno, se guardo quella determinata serie Tv, se sono triste, se cerco una custodia per il cellulare, se prendo in giro Marco che ha cucinato troppa pasta: a chi interessa?

La storia del bikini

Ad agosto, proprio sull’onda del “ormai voglio davvero fare tutto quello che non avrei mai e poi mai pensato di fare”, ho sconfitto il mio tabù più grande. Ho fatto una foto con Marco e Nene dove mi si vede in costume da bagno. Non è una foto per niente sexy, sia chiaro. Né volgare, almeno credo. Però, per me che solitamente metto il pareo al mare, per non fare vedere le chiappe, è una cose enorme. Non è contenuto testuale, però me vuol dire un sacco di cose.

Voleva essere una foto buffa di buone vacanze. Ma ha un senso profondo anche per me personalmente.

L’ho fatto perché negli ultimi tempi mi sento bene con me e con il mio corpo e per una buona dose di esibizionismo? Sì, certo. L’ho fatto perché le tette vendono? Dio no, ma se qualcuno davvero vuole iscriversi a un nostro corso perché ha visto una mia foto nella piscinetta gonfiabile… boh? Faccia un po’ lui/lei.

Quando è troppo?

Eppure prima di cliccare Pubblica, ci ho pensato e ripensato: sarà troppo? Mi renderò ridicola? Ha senso per noi? Poi ho pensato di sì, che quella foto del senso ce l’aveva e l’ho postata.

Però questo gesto, che non è venuto proprio automatico, mi ha scatenato un sacco di riflessioni. Perché sì, al giorno d’oggi comunicare, raccontare, fare “storytelling”, svelare il dietro le quinte, condividere è tutto. Ma quando è troppo? Quando si rischia di scivolare nel ridicolo, di esagerare, di rompere le balle? Come evolvere, mantenere alta la barra e non risultare antipatici, arroganti, sfigati?

Io non lo so bene e quindi me lo chiedo qui con te.

E poi c’è un’altra questione. Fin qui ho parlato di contenuti che possono piacere o non piacere, ma che un’azienda o un privato ritiene ok pubblicare.

La storia del gigolò nipponico

Ci sono poi le volte in cui capita di postare delle cazzate. Contenuti superficiali, poco pensati e ragionati che potrebbero quindi urtare la sensibilità di chi li guarda dall’altra parte dello schermo e potrebbe offendersi.

Quest’estate, sui miei social personali, mi è successo due volte. Ve ne racconto una. In vacanza, a Tokyo, siamo andati nel quartiere a luci rosse e c’erano questi cartelloni pubblicitari con su le foto di ragazzi e ragazze da scegliere. Cartelloni enormi, luminosi, colorati, molto kawaii, ovviamente.

I gigolò giapponesi sono lontani dalla tipologia di uomo che, qui in Europa, di solito, consideriamo attraente: sono magretti, sembrano dei ragazzini, hanno degli incredibili ciuffi piastrati e il gessato lucido alla Pignatelli.

Ho fatto una foto dove faccio le mani a cuore davanti alla foto di Numero 3, uno gigolò dal ciuffo biondo platino. E l’ho postata su Instagram con una didascalia che diceva qualcosa tipo: “Numero 3, raccolgo gli yen e vengo presto a trovarti!”.

Ecco, 10 minuti dopo, mentre ero sotto la doccia, ho pensato: Ma se la foto fosse stata di un uomo che fa le mani a cuore davanti a una giapponese e dice che sta per raccogliere degli yen? Sarebbe inaccettabile e triste. Perché la mia postata dovrebbe far ridere? Cazzo, si parla di prostituzione! Sono uscita ancora insaponata dalla doccia e l’ho rimossa dal mio profilo. Vergognandomi come un cane.

Marzullo ci sei?

Ho agito d’impulso, ah le matte risate, e invece era un contenuto sbagliato, offensivo, svilente per gli altri e per la mia intelligenza.

Quante cose simili si vedono ogni giorno? Quanta gente non riflette su quello che posta o condivide?

E allora, tra contenuti superficiali e un eccesso di condivisione privata, marzullianamente mi chiedo: sarebbe meglio tacere o oggi è ormai impossibile?

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