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21 dicembre 2017
Marianna

Superarsi (e altre 2 cose che ti auguro per il 2018)

Sabato 16 dicembre ho fatto una cosa straordinaria.

No, non ho inventato (purtroppo) la cura per il cancro, non ho risolto la pace nel mondo, né fatto totò sul culetto a Trump. Però ho fatto un’asta. E magari sembra una cosa insignificante, ma per me non lo è. Ti lascio questa storia come augurio di felici feste e buonissimo inizio d’anno.

12 anni fa in un regno lontano lontano (no, dai era a 2,6km da casa)

12 anni fa escono i nostri primi libri cartacei e la scuola Holden (dove ho fatto il master) ci invita gentilmente, me e gli autori, a presentare la raccolta Hollywood Party. Il moderatore non sono io, sono uno dei relatori. È la mia prima volta in assoluto davanti a un pubblico. È mattina, di fronte a una platea di studenti del biennio. Insomma, una cosa easy, giusta per iniziare. Eppure, io non ho chiuso occhio, sono arrivata a scuola con le palpitazioni che manco alla maturità e, quando è stato il mio turno (un paio di domande super facili, nulla più), ho la gola talmente secca che, giuro, non riesco a parlare. Balbetto. Le persone sedute sono una nebbiolina indistinta, sento solo il suono della mia voce rimbombarmi nelle orecchie e le cose che dico mi paiono totalmente prive di significato. Penso di morire di vergogna.

2 anni fa stavolta a 546 km da casa

2 anni fa mi invitano a tenere un workshop al Weekendoit ad Ancona. Devo parlare di ebook: è il mio mondo, so di cosa parlo, sono preparata, ho le slide, ho gli appunti, ho ripetuto l’intervento 100 volte. Eppure, anche se mi è già capitato altre volte di insegnare, sono terrorizzata come mai in vita mia. Per pranzo riesco solo a ingurgitare una pesca. Quando alle 15 inizia il mio workshop spero che una voragine si apra sotto di me e mi inghiotta. Però, parto a bomba, vado dritta come un fuso e ce la faccio, senza impappinarmi, dicendo tutto quello che voglio dire e rispondendo pure alle domande, senza indugio alcuno.

Faccia da cuculo (pensavi eh, che stessi per dire culo, vero?)

Negli ultimi 10 anni, sono state tantissime le occasioni in cui mi è toccato parlare davanti a delle persone: presentazioni, interviste, lanci di corsi, eventi, lezioni, video, stories, eccetera. I primi tempi mi preparavo tutto quello che dovevo dire, ma proprio parola per parola e, se ne saltavo una, crollava l’intero discorso e non sapevo come recuperare. Ora, invece, capita persino che vada a braccio, come sabato scorso.

Ho quindi scoperto di non essere timida e, a volte, di avere la faccia come il culo. Nonostante mi senta più forte, ho sempre una paura fotonica di parlare davanti a un pubblico.

Wonder Wall, una cosa buona

Sabato non è stato diverso. Abbiamo organizzato una maratona di disegno per beneficenza che si concludeva con un’asta delle opere uniche disegnate da Ilaria Urbinati, Morena Forza, Davide Bonazzi, Roberto Hikimi Blefari e Alessandro Pelissetti su carta donata da Favini. Tutto il ricavato andava a sostegno di Fondazione Paideia.

Non avevo mai fatto un’asta. A dirla tutta non sono mai stata a un’asta, le ho viste soltanto nei film. Ho fatto qualche prova con Marco, che faceva da pubblico, mi pareva di cavarmela a dire due cose sulle opere, però, la sera prima mi sono resa conto di una cosa. “Cazzo, io a ‘ste persone non è che devo spiegare come si fa un ebook o come funzionano i nostri corsi. Questa gente la devo INTRATTENERE e chissà per quanto tempo. E devo convincerla ad aprire il portafoglio per donare quanto più possibile”.

Let me entertain you

PANICO! Non sapevo cosa fare, non avevo nessun tutorial di YouTube ad aiutarmi, quindi ho fatto l’unica cosa che mi è venuta in mente di fare. Mi sono detta: me ne preoccupo alle 18,30, cioè quando inizia l’asta. Ho improvvisato e mi sono buttata. Forse sarà stato culo, forse l’energia e l’amore che mi è arrivato dagli illustratori (tutti favolosi), dagli amici (Andra, Massimo e Stefania) che ci hanno aiutato in ogni modo (tagliando opere, aprendo porte, servendo birre), dalle persone in sala, dagli amici di Paideia (Carlo e Giulia), da Marco, forse la consapevolezza di fare tutto per un’ottima causa, forse quella birra piccola tracannata alla goccia, ma insomma… ho proprio spaccato il culo ai passeri, raga!

Saltavo come una scema brandendo un martello di legno giocattolo, ho fatto delle battute pessime, delle battute geniali che non so come mi siano venute così sul momento, ho venduto TUTTE le opere e, con il supporto totale di Marco (che quel giorno ha pure vomitato l’anima come Linda Blair nell’Esorcista), abbiamo raccolto 1.500€ che, mi dicono dalla regia, non sono bruscolini. Sono felicissima, ho fatto una cosa straordinaria. E per una giornata sono stata investita da una sensazione potentissima, di quelle che ti fanno capire che sì, stai facendo bene, che sì, conti qualcosa.

Questa storia lunghissima per dire 3 cose

3 cose che spero potrai mettere in pratica nel 2018 (io sicuro me le rileggerò per continuare su questa strada):

  1. puoi essere te stesso: puoi fare battute fuori luogo a tema “uccelli” e “pescioloni” (ogni riferimento è puramente casuale!), puoi dire “strafottìo di piante”, puoi minacciare di donare di più gente over 65, puoi saltare in un abito di pizzo fucsia, puoi urlare come un cormorano impazzito per un’ora e, nonostante questo, essere apprezzata, essere credibile, avere un senso per gli altri. A volte cercare di essere quello che pensiamo gli altri vogliano da noi, e lo dico soprattutto per chi lavora in proprio e ha un’immagine pubblica da costruire, non ha senso: si fa solo fatica e si risulta finti;
  2. i progetti impossibili non esistono: sono impossibili finché non ti sbatti e ti metti a FARE. Belli eh, i progetti che si fanno in testa e lì restano, magari appuntati su qualche quadernino fighetto, ma molto meglio quelli che pensi “Ma scusa, perché no?” e poi li fai. Tra il dire e il fare secondo me non c’è il mare. C’è solo la voglia di farsi un culo a tombolo. Se hai un progetto lì, che cova, io ti dico, in piemontese: Date n’andi. Il momento è ora. Si fa fatica? Ovvio, ma poi superare i propri limiti è una bomba di piacere che levati;
  3. non c’è un modo di giusto di fare le cose. C’è solo la tua visione delle cose. Non importa se è matta, se è “strana”, se è fuori dal coro. Se c’è voglia di fare gli altri lo capiranno e ti daranno una mano e le cose si faranno. Io penso che il 2018, per Zandegù e per me, sarà l’anno del fare. Provare tutto, fare, fare, fare. Perché poi il tempo non torna indietro. E io i rimpianti li odio più dei cavoli bolliti. C’è un modo giusto, di successo, sicuro, per farle queste cose? Ovviamente no, è tutto trial and error. Ma il modo giusto per me sarà il mio, con la mia creatività (e, tieniti, perché da gennaio di creatività parleremo un casino qui e altrove), il mio modo di vedere il mondo e le cose della vita e del lavoro.

Quindi, riassumendo, il mio augurio per te, per questo 2018 che sta per arrivare, è: sii te stesso, osa (superandoti), fai.

Ci rileggiamo l’anno prossimo! Con tantissimo affetto :)

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