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15 giugno 2017
Marianna

Sull’ironia

Io son cresciuta con mio padre che mi prendeva in giro, mi faceva battute e le faceva anche gli altri, cercava sempre di strappare una risata, cercare una complicità con un commesso, un cameriere, un benzinaio. A cena mi diceva: “Faccio un sacco di battute ma la gente spesso non le capisce”. Ed era vero: tante volte le persone non sapevano cosa replicare, o non capivano proprio, o rimanevano impassibili.

Isn’t it ironic, don’t you think?

Poi son passati 34 anni ed eccomi qua, uguale uguale a mio papà, che faccio battute a raffica in ogni occasione. Perché mandarla in vacca è un po’ il mio modo per difendermi dal mondo, di affrontare le cose, di esprimere la mia personalità. Ridere, fare battute, vedere il lato ironico delle cose è il lato di me che più amo e che non cambierei per nessun motivo. A ben guardare, sono sempre stata così: l’ironia si è palesata alle medie, ha iniziato a crescere al liceo e poi, dopo la scuola, è esplosa a destra e a sinistra.

Zandegù è un organismo composto al 60% da battute

E non poteva che essere parte anche di Zandegù. Non è che sia stata una strategia molto pensata, questa. Va detto. Io sono fatta così, mi veniva naturale comunicare in questo modo, questa spontaneità è piaciuta alla gente e, ora, è il nostro punto forte. I primi tempi, questa faccenda mi sembrava incredibile, perché io sono sempre stata dell’idea che, sul lavoro, ci si concentra solo sul prodotto, nel nostro caso sugli ebook e sui corsi. Ma la comunicazione fa tantissimo e, oggi, il 60% della mia giornata lavorativa è dedicato proprio a questo: a creare contenuti che parlino di Zandegù alle persone.

Per molti ma non per tutti

C’è molto da fare: scrivere i post per il blog, che sono lunghi e mi richiedono tante ore di lavoro (di solito tra le 4 e le 5, tra prima bozza e riscrittura). Poi c’è la pianificazione dei social che gestisco con Irene, la scrittura delle newsletter, le foto da scattare per Instagram e Facebook, i testi dei video del Talk Shocco (ancora non lo conosci?) che Marco e io giriamo all’interno della nostra Panda. E, in ognuno di questi contenuti, c’è sempre un pizzico di ironia: nell’immagine o nel testo. Un modo di comunicare forse fin troppo personale e, di sicuro, non proprio adatto a tutti i brand (freelance o piccole attività che siano).

Più falso di un occhiale di Cucci

Secondo me, devi esserci nato un po’ piciu come me, per fare questo tipo di comunicazione. Se pensi che noi siamo così anche nelle pagine di vendita di ebook e corsi (che dovrebbero essere più serie, visto che si vende. O no? Io, infatti, ho deciso di no. Siamo noi fino in fondo, dappertutto), la dice lunga. Se pensi che cerchiamo un po’ di ironia anche nei titoli dei libri, figurati! Di sicuro, nel nostro caso, vince la coerenza: non siamo artefatti, siamo proprio così anche se ci conosci dal vivo. E forse la gente, anche quella che non ha mai messo piede nella Zandecasa, se ne accorge e la apprezza.

Ecco, diciamo che se, se ti piace l’idea di comunicare in modo divertente, ma non ti viene naturale e pensi di volerci provare “a tavolino”, ecco, secondo me lascia perdere. Suonerebbe falso, finto, forzato e, credo, questa scelta ti si ritorcerebbe contro come un boomerang sui denti.

Non piangere sul latte versato. Solo un pochino, dai

Ok, tutto figo: ironia al potere, comunicazione buffa, gente che applaude a ogni angolo. Davvero? Ma va’, figurati! Ci sono anche tantissime persone che questa zuzzurellonità ci sta sulle balle e che hanno smesso di seguirci per questa ragione. Gente per la quale è importante che le cose serie, come i corsi, vengano comunicate in un certo modo. E noi, dunque, non eravamo i referenti giusti.

Per non parlare delle riunioni – con potenziali clienti, docenti, partner and co – che abbiamo avuto in 10 anni e che sono andate a ramengo, perché non sono riuscita a soffocare la mia natura di cretinetti. Sono pentita? Certo, non fa mai piacere perdere delle occasioni di lavoro, ma alla fine penso che le collaborazioni che abbiamo instaurato siano più sincere e più belle, proprio perché fatte con gente che ci capisce e apprezza il nostro modo di vedere e fare le cose.

Ci siamo votati all’ironia, ma noi di lavoro non facciamo i clown bensì gli editori e organizziamo corsi anche di un certo livello. Come fare allora a farsi prendere sul serio, nonostante tutto?

Che poi, alla fine, siamo dei seriosoni

Non dando mai spazio alle critiche o, visto che non siamo dei supereroi, riducendo i margini di errore il più possibile. Lavorare come dei muli, proporre cose belle, fatte da professionisti di rilievo, organizzare corsi con scrittori veri e noti, pubblicare ebook curati, pensare a eventi fuori dal solito, scrivere post pazzerielli ma grammaticalmente corretti, metterci il cuore. Ecco, tutto questo enorme insieme di cose, tenuto insieme dalla colla collosa della risata, esalta la nostra serietà. Le persone lo capiscono. Un esempio? Leggono questa frase: Quando si apre (o si lavora in) una piccola ditta, uno dei crucci principali è: “Come pofferbacco faccio a farmi conoscere da più persone? Come vendo di più?”. È sulla sales page del nostro corso Social media marketing 101. Le persone non pensano: “Sono dei cretini”. Pensano: “Sono persone serie, con le quali, guarda un po’, posso pure divertirmi”.

Di rughe e papà

Mio papà, sempre sia lodato, legge tutto quello che scrivo sul sito. Un giorno mi chiama per dirmi che ha trovato un refuso nella pagina di cui ti parlavo prima. E poi mi dice: “Ma senti, ma quella frase col pofferbacco non sarà un po’ troppo?”. Io gli ho spiegato tutto. E lui ha capito. “Forse non sono il pubblico giusto per questa cosa” mi ha detto, “ma capisco cosa intendi”. Un risultato non da poco, secondo me.

Che poi, ‘sta faccenda dell’ironia, la diciamo anche nel nostro manifesto: il lavoro è una cosa serissima che ci piace prendere alla leggera, perché la vita è troppo breve per farsi venire le rughe corrucciate sulla fronte. Meglio le rughe ai lati della bocca o degli occhi, che sono quelle di chi ride tanto.

E noi, signora mia, ridiamo tantissimo.

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