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11 ottobre 2018
Marianna

Storia del mio grembiule nero. 6 anni di Zandegù

Quando avevo 6 anni, il primo giorno di scuola elementare, alla Nino Costa di Pinerolo, mi sono presentata con la cartella nuova di zecca di Barbie e il mio grembiule nero. Il grembiule era completamente nero, con le tasche, una cintura in vita ed era lungo fino al ginocchio. Mia nonna Alice, che faceva la ricamatrice, mi aveva dotata di un kit di colletti bianchi removibili ricamati da lei medesima: l’unico vezzo per decorarlo.

L’unica

Ora, nella mia scuola il grembiule non era obbligatorio e, infatti, non lo metteva nessuno. Quando dico nessuno, non lo dico per esagerare. Non lo metteva nessuno. Nessun maschio e nessuna femmina. Dalla prima alla quinta. Scusami se ribadisco di nuovo, ma ho il timore di non essere stata molto chiara: io ero la sola di tutta la Nino Costa a indossarlo. E non l’ho messo soltanto il primo giorno di scuola, no no. L’ho messo tutti i giorni, per 5 anni. Nelle stagioni calde sopra ai vestiti, come un paltò leggero. D’inverno, a sbucare da sotto la giacca a vento viola della Brummel’s.

Non mi osavo

La mattina scendevo da casa e aspettavo la mia amica Lorena e sua mamma, all’angolo tra via Caprilli e viale Cavalieri (dove abitavo io). Mia nonna faceva la vedetta dal terrazzo. Io venivo presa in custodia e scortata a scuola. Io col grembiule nero, la mia amica con felpe rosa, camicine, minigonne di panno, pantacollant bianchi. Certo, avrei potuto svoltare l’angolo e togliermelo, o arrivare a scuola e infilarlo in cartella, per rimetterlo poi all’uscita, ma non mi è mai passato per l’anticamera del cervello. Sapevo che, come l’occhio di Sauron, mia nonna mi avrebbe in qualche modo vista e, tornata a casa, mi avrebbe strigliata come un pony. Non osavo. Anzi, come diciamo noi piemontesi: non MI osavo.

Se l’infanzia e l’adolescenza sono, per loro stessa natura, anni difficili che uno vorrebbe vivere senza farsi troppo notare, a me, gentilmente, avevano puntato un faro da 6 milioni di watt che mi rendeva visibile pure dalla luna.

Mi si notava, diciamo

Ero la più alta della classe, pure più dei maschi, avevo un pratico taglio di capelli à la Fantaghirò, una improbabile tuta con una jeep stampata sopra e la scritta Parigi-Dakar (mia madre l’aveva reputata tanto bella da prenderla identica in DUE colori: fucsia e verde acqua. Grazie al grembiule – ecco che si rivelava utile! – si vedevano solo i pantaloni), gli occhiali della Pantera Rosa ed ero costantemente in grembiule nero.

Poi c’era quello di jeans

La cosa era talmente OLTRE che i miei compagni manco mi prendevano in giro. Dovevo far loro davvero pena. Tra l’altro, non è che tornassi a casa e, per compensare tanta austerità, mi vestissi di trine, merletti e tulle come una principessa. Macché. A casa, come manco una Ferrari al Gran Premio di Monza, era tempo del cambio gomme: altro giro, altro grembiule. Toglievo quello nero da scuola e infilavo quello di jeans (più moderno e sbarazzino) da casa.

L’idea di mia nonna, all’origine di questa scelta di look, era semplice: così non macchiavo i vestiti. Ricordiamolo: pregiate tute della Parigi-Dakar. Di certo non vestivo Dior Baby e neppure 012Benetton. Un giorno ero così triste per il mio grembiule di jeans da casa che lo avevo decorato con una serie di figurine di Jem e le Holograms, quelle che avevo doppie.

Insomma: state piangendo?

Siete disperati, commossi e impietositi dalla mia storia? :D Ecco, volevo rassicurarvi: non fatelo. Certo, a raccontarlo ancora oggi i miei amici restano basiti da questa vicenda, ma vi assicuro che non è stato così traumatico come potrebbe sembrare. Anzi, alla fine ha avuto un effetto collaterale che mi piace. Mi ha resa, fin da subito, “quella strana”. E io mi sono molto calata nella parte: anni dopo, al liceo, ero un tripudio di borchie, capelli blu, vestiti da uomo, teenage angst e via cantando. C’è chi vorrebbe essere sempre invisibile, vestito di ecrù. E chi, invece, per una ragione o per l’altra, magari grazie a una nonna particolarmente severa, finisce col sentirsi mega felice di essere fuori dal coro.

6 anni di Zandegù

Ho iniziato a essere a modo mio a 6 anni, con un grembiule. Stasera festeggiamo 6 anni di Zandegù (leggi qui se vuoi venire, l’ingresso è libero e ci sono birre e djset) e mi auguro che sia sempre così: una creatura strana e buffa che mi somiglia. Timorosa della nonna ma abbastanza forte da fregarsene del giudizio degli altri. Buon compleanno adorata Zandegù! 100 e molti altri ancora di questi giorni.

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