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28 settembre 2017
Marianna

Sono solo canzonette

C’è questa canzone famosissima di Edoardo Bennato che si chiama Sono solo canzonette. È una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi (anche perché lui dice jüke box e mi fa morir dal ridere!). Probabilmente la conosci. Parla della sua passione per la musica rock, nata da bambino. Insomma, lui inizia a suonare, diventa famoso e lo invitano a una festa di partito. Lui però non ci vuole andare. Gli organizzatori gli dicono che è anche grazie alla politica che lui deve il suo successo. Ma lui dice no e lo fa in modo poco razionale, senza calcolo, perché è l’istinto che lo fa volare. E poi che diamine volete, dice: io non faccio granché cultura, faccio solo delle canzonette rock, non è il caso di far tanto rumore.

Come vedo la cultura

Ecco, questa canzone rispecchia (con qualche piccola modifica al testo, ovvio, visto che Zandegù non fa musica e non è mai stata invitata alla feste di partito, per ora), il modo in cui io vedo la cultura.

Qualche tempo fa una persona che non conosco mi ha scritto su Facebook e le sue parole mi hanno fatto molto riflettere. Non ero per niente d’accordo con lei, ma ho provato per qualche ora a vedere le cose dal suo punto di vista. Dopo un paio di settimane di riflessione ho capito che niente, non ero d’accordo: le sue idee invece hanno addirittura rafforzato le mie.

La faccio breve: lei mi diceva che ci segue da tempo, la facciamo sorridere ma, secondo lei, dovevamo fare attenzione. Il nostro tono e la nostra comunicazione sono un’arma a doppio taglio. Secondo lei, per due ragioni: la confezione rischia di mettere in ombra il contenuto; state facendo cultura e non mascara.

Ecco, in due punti, perché non sono d’accordo.

1. La questione della confezione

Allora, in linea di principio potrei anche essere d’accordo, ma non nel caso specifico di Zandegù.

Non ho capito perché quelli che si occupano di cultura (sempre che noi veramente lo facciamo, poi, anche se io penso di sì), debbano andare in giro con il saio e l’aria contrita di chi soffre e ha mangiato pane e cipolle fino a ieri. Non ho capito perché non ci si possa fare belli e comunicare in modo contemporaneo. Zandegù è fatta da 30enni, si rivolge, principalmente, a gente di 30-40 anni e comunica nel modo che si usa nel 2017.

Se gli altri competitor continuano a postare foto grigie di presentazioni che prendono 15 like, se si insiste in editoria a fare i booktrailer, non sono io nel torto, sono loro che non hanno fantasia a sufficienza, o non investono in una buona strategia commerciale.

La comunicazione per noi è essenziale: è la cosa che ci distingue dagli altri, è la nostra forza. Ci fa vendere, ci fa apprezzare, è Zandegù stessa. Non possiamo smorzarci, siamo così. Il Talk Shocco sulla Panda sembra una cretinata? Certo, lo è, ma non è un divertissement fine a stesso: fa parte di una strategia che abbiamo studiato e che stiamo portando avanti con impegno. Nulla di quello che facciamo è improvvisato. Mai. Quindi la confezione la curiamo. Ma non è che ci dimentichiamo del contenuto.

La gente – lettori, corsisti, persone che partecipano ai nostri eventi – la attiriamo con la comunicazione, ma se poi le cose che vendiamo fanno pettare, questi non tornano e parlano male di noi agli altri. Saremmo degli stolti a lavorare solo sul packaging, no? Infatti, i corsi di scrittura li fa, tra gli altri, Elena Varvello, non Ciccio Pasticcio. E penso che questo sia sufficiente per far capire come intendiamo fare il lavoro che facciamo.

2. La questione della cultura e del mascara

Questa persona diceva che, alla fine, ci sono negozi che vendono mascara che hanno molti più like del Circolo dei lettori. Forse – e lo immagino soltanto, perché non le ho chiesto – per due ragioni: che la gente i libri li ama così-così, meglio il trucco; che il Circolo ha cose più importanti di cui occuparsi (e si torna al discorso della confezione, su cui credo di essermi espressa forse anche lungamente poche righe fa).

Ecco, io penso che con Zandegù un pelino di cultura la sto facendo. Certo, non è la cultura dei salotti, delle librerie storiche, dei grandi editori. Loro sono una cosa grandissima. Noi una cosa più indipendente e alla buona. Ma penso con una sua dignità. Di sicuro ci facciamo tutti, grandi e piccoli, un notevole mazzo.

Accendi lo Scalfaro che è in me

Però io non ci sto (IO-NON-CI-STO e parte lo Scalfaro che alberga in me) all’equazione cultura=serietà. Ma anche un bel sonoro vaffanculo, ok?Siamo seri! (che battutone!) Cultura è anche ridere, prendersi in giro, usare la leggerezza per dire cose importanti, fare le cose fuori dagli schemi, ragionare come farebbero all’estero, guardarsi intorno, fottersene del “si è sempre fatto così”. Io non penso che le nostre foto sceme o i video su YouTube ci rendano ridicoli. Capisco che possano non piacere ed è ok. È il mercato baby. Ci sono altre realtà che fanno le cose e comunicano in altri modi. È anche una questione di affinità tra persone e aziende.

Bennato mi darebbe ragione

Eppure sono fiera di dire che tantissime persone amano il nostro modo di fare semplice, alla mano, non ingessato. Sono fiera di dire che qua si sentono a casa, che c’è sempre la nostra faccia gentile sulla porta della Zandecasa. Facciamo poche cose – ebook, corsi, letture a zonzo per Torino – e penso le facciamo con cura. Non cambieremo le sorti culturali di questo Paese, forse, ma anche chissenefrega, perché io ho le idee chiare su dove voglio andare.

Anche perché gente, sono solo canzonette!

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