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8 febbraio 2018
Marianna

Non scoraggiarsi

Se lavori in proprio ti saranno capitati dei momenti di stanca o in cui le cose non vanno benissimo, oppure addirittura che ti prendi delle legnate sugli incisivi che ti servirebbe una dentiera.

I primi tempi magari i clienti non arrivano proprio a frotte come White Walkers in Game of Thrones e non sai come farti conoscere.

Nazgûl alla Lidl

Poi i tuoi prodotti iniziano a piacere e le cose vanno sempre in due modi: ci sono mesi dove vendi talmente tanto che, per stare dietro alle richieste, passi le nottate a cucire/cucinare/scolpire/scrivere/progettare/programmare, non vedi gli amici al weekend e mangi sempre davanti al pc. E poi ci sono quei mesi dove invece non vendi una mazza, vedi nero, cammini rasente il muro per evitare il padrone di casa, mangi solo tonno del discount e Nazgûl volano sulla tua testa e ti succhiano l’anima.

Poi cresci e cerchi di fare sempre meglio, acquisisci consapevolezza, quindi capisci che è il momento di investire sulla comunicazione, ti impegni per curare i tuoi social, fai la newsletter, lanci il blog, scrivi e riscrivi le pagine del sito e i like sono sempre pochissimi.

Flop flop

Poi ci sono quei prodotti che hai pensato e studiato per mesi, arriva il momento del lancio in pompa magna, ti batti i cinque alti per la stima che hai di te stesso e poi nessuno li compra. Niente. Un flop.

Poi ci sono le intere stagioni magre, quelle che ti fanno temere la telefonata del commercialista. Ci sono i tiri mancini del destino. Il concorrente che ti apre proprio al civico a fianco. I problemi personali che si infilano nel lavoro.

Sono il conte Draculaaaaaaaaa, minchia!

I motivi per scoraggiarsi sono tanti. E chissà quanti altri ce ne sono che non ho preso in considerazione in questo post (per dire, non ho volutamente accennato al fallimento tout court, alla chiusura del proprio business).

Ma cosa significa, concretamente, scoraggiarsi? Secondo me scoraggiarsi è un vampiro che ti si attacca al collo e ti succhia tutte le energie. Perché dico così? Perché di solito, le persone che si scoraggiano reagiscono in due modi:

  1. non fanno più niente: quando c’è un pericolo, una delle reazioni tipiche è congelarsi, stare immobili. Capita anche quando ci si scoraggia. La nube di Fantozzi copre tutto l’orizzonte e stop. Ci si lascia andare. Fa tutto schifo. Sono un poverino. Il mondo ce l’ha con me. Quello che faccio è merda. La gente non mi capisce. Sono gli altri che sono stronzi. Se fossi all’estero. Ho sbagliato tutto. Ho perso tutti i miei soldi sudati. Voglio lavorare alle Poste. Insomma, si getta la spugna al primo (o quasi) problema grosso e si tirano i remi in barca.
  2. fanno troppo: vuoi reagire, niente potrà sconfiggerti. Tutto quello che ti succede non sono altro che piccoli intoppi che tu puoi brillantemente superare. L’atteggiamento è positivo ed è da preferire, rispetto al caso 1, ma è comunque infingardo. Perché spesso si entra nel tunnel del “ora faccio tutto quello che è in mio potere per risolvere questa situazione”. E a volte si fa tanto. Molto. Troppo. Si lanciano altri 20 prodotti per salvare il primo, si pianifica una comunicazione che cambia ogni cinque minuti, la minima variazione di reach su Facebook fa fare considerazioni che mettono in dubbio quanto fatto fino al minuto prima, si organizzano eventi, contest, dirette, give away, corsi, laboratori, fiere e milioni di cose a cui è impossibile star dietro, in modo preciso e attento.

 

E noi di Zandegù ci scoraggiamo mai? E cosa facciamo?

Come raccontavo nello scorso post, io di base tendo a preoccuparmi di tutto, vivo sempre all’erta, pronta, tipo un prepper, la fine del mondo tanto è vicina, no?

Ecco, quindi diciamo che con un atteggiamento del genere, io sono sempre sull’orlo dello scoraggiamento. Dico orlo perché mi viene lo scoramento tutti i giorni ma per pochi secondi. Poi mi viene un senso di rivalsa, parte The Star-Spangled Banner, metto una mano sul cuore, il mio mantello viene mosso dal vento, faccio un respirone e via, si torna nei ranghi. Se non riesco a “darmi un contegno” da sola con me funzionano due cose per rimettermi subito in carreggiata:

  • l’affetto: abbracci di gruppo, carezze in testa, parole d’amore, incitamenti come manco al Giro d’Italia quando si pedala lungo lo Zoncolan. Ecco, sentire il supporto del gruppo mi aiuta a non scoraggiarmi, a darmi un giro e ripartire subito;
  • i cazziatoni: funzionano altrettanto bene. Nei casi più gravi, venire strigliata come un Mio Mini Pony fa il suo sporco lavoro. La terapia d’urto, quelli che mi dicono “Ebbastaaaa!”, e lo dicono al momento giusto, mi spingono di nuovo (dopo che mi sono fatta un piantino, eh?) a ributtarmi sulla pista.

Comunque scoraggiarsi, se si lavora in proprio, è la norma, facile che succeda.

Ciao amore ciao

Quindi, se ultimamente fai fatica e ti scoraggi ogni 3×2, sai cosa ti dico? Non scoraggiarti! Fa ridere, è vero. Ma ogni tanto avere una fase di down è salutare, fa bene, sennò saremmo robot dal cuore d’acciaio, o cheerleader coi pom-pom caricate a pallettoni. Io credo che prendersi un giorno di sadness sia d’uopo: metti Tenco su Spotify, bevi vodka, mangia schifezze, rotolati nel piumone e poi però falla durare solo 24 ore sta fase. Il giorno dopo riparti. Devi. Ti tocca. Nessuno ti tirerà per i capelli per farti uscire. Devi alzarti tu. È il bello (e il brutto) del lavoro in proprio, baby!

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