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14 settembre 2017
Marianna

Non diventa più facile

[Occhio: post personale e ad alto contenuto di parolacce. Non volermene troppo male!]

Come ormai avrai capito, se leggi questo blog da un po’ di tempo, sono una che difficilmente si accontenta delle cose come stanno. Nella vita e nel lavoro pretendo sempre tantissimo, forse perché ho grandi sogni. Sia chiaro, pretendo in egual misura da me e dagli altri. Non per niente mia madre mi chiama Pol Pot, come il dittatore cambogiano. Da bambina non capivo, mi pareva un nome affettuoso, poi sono cresciuta.

Tra l’altro sono molto impaziente: tipo che se dal parrucchiere mi dicono che l’appuntamento è alle 9,30 e alle 9,45 nessuno mi ha cagata, inizio a sbuffare, a guardare tutti con odio, insomma, a palesare il mio disappunto (pensa come sarò simpatica a 70 anni!). Anche nel lavoro con Zandegù, aspettare mi urta tantissimo, e quindi tendo a fare di tutto perché ciò non accada.

Sailor rompi

Sono diventata quindi la paladina della giustizia, la combattente che veste alla marinara di “Esco e vado a prendermelo”.

Sì, sono così, le cose me le sgraffigno proprio, con faccia da culo, fottendomene se rompo, se insisto, se vengo percepita come rompicoglioni, appiccicosa, eccetera.

Ecco, però, dopo tanti anni che esco e vado a prendermelo… porca paletta, ma qualcuno non può portarmelo? Li vogliamo usare ‘sti benedetti droni o sono ancora in beta test?

Donna Imma inside

La mia vita lavorativa (e, a volte, pure quella personale) è un continuo dibattersi tra queste due forze contrapposte: da un lato, sono figa e indipendente (e partono le Destiny’s child in sottofondo) e ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost (e via di Gomorra); dall’altro, mi dico che sono anni che allungo la mano e ora ho l’artrite reumatoide, SVEGLIAAAAAA1!1!1!, aiutatemi, facilitatemi un pochino la vita.

Insomma, l’altro giorno mi sono alzata dal letto e ho pensato: “Ma quando, esattamente, le cose diventano facili nel lavoro?“.

E, ma spero di sbagliarmi, temo che la risposta sia solo una: “Mai”. Punto. Op-op e via andare.

Olio cuore

Certo, alcune cose si velocizzano, certi meccanismi negli anni si oliano, ma è tutto sempre enormemente faticoso. Non voglio lamentarmi (un pochino, dai!), ma dico che è molto difficile.

Guardi i social del vicino e sembrano sempre più verdi: “Perché io non ho tanti like quanto quelli?”.

Lanci un nuovo prodotto e, ogni volta, è come ricominciare esattamente daccapo, come se si fosse di nuovo nel 2013: fatti conoscere, trova un nuovo target, prova, correggi, rivedi, fallisci, ritenta.

Studi per mesi un evento che ti pare una bomba, ci fai fare pure il logo, prepari il comunicato stampa di lancio e poi lo annulli perché hai troppe cose da fare e solo 2 mani (metaforicamente, perché poi ci sono anche le mani di Nene e Marco) e non vuoi proporre qualcosa di raffazzonato.

Crei una nuova strategia di comunicazione e, dopo 6 mesi, ti rendi conto che non va poi così bene e va già rivista e sistemata.

Decidi di fare i video e credi ci si impieghi un tot di tempo a girarli e montarli e, invece, il tempo che ci metti è 10 volte tanto e hai una gran voglia di arrenderti.

Il regalo mio più grande

Io sono molto contenta della fatica che faccio ogni giorno con Zandegù, perché vedo che comunque questo sudore mi sta spingendo avanti e non indietro, perché pian pianino qualcosa sto anche raccogliendo. Però, e non voglio farci tanti giri di parole, faticare fa girare anche i coglioni. Ma tanto. Tipo turbine di una centrale idroelettrica in Trentino.

L’80% del tempo cerco di avere un atteggiamento filosofico e mi dico che è così che vanno le cose, che tutti faticano, che meglio 100 like organici di 1.000 finti o comprati; meglio 6 corsisti soddisfatti, di 15 capitati in aula per caso.

Poi però ci sono le giornate da 20%, dove mi pesa anche la più piccola cosa, dove le energie sono al minimo, dove sono stanca pure se sono tornata solo da un mese dalle ferie, dove mi chiedo perché diamine mai un tubo ti venga regalato manco per sbaglio. E lo ammetto con grande onestà: non è che mi senta un’ingrata. So che ho molto culo a fare il lavoro che faccio, ma lo stesso quando uno fa fatica fa fatica.

Parte il lamento in 3, 2, 1…

Così, ho imparato a concedermi delle giornate di lamentazioni con la L maiuscola. Dove mi intristisco, mi infervoro, mi incazzo, me la prendo con il destino baro, con gli altri, sputo veleno, faccio un piantino, stappo una birra e via.

Insomma, non sono come Gastone, il cugino fortunatissimo di Paperino: non mi capiterà mai di trovare un biglietto vincente della lotteria davanti alla porta di casa; nessuno citofonerà dicendo che ha un impellente bisogno di acquistare 1 milione di ebook da me; non mi chiamerà Vanity Fair per un numero monografico che mi porterà la gloria. No, nada. A volte, quando si è stanchi, rendersi conto che le cose non andranno bene come per magia, è davvero frustrante. Realizzare che, volente o nolente, dovrai sempre avere il serbatoio pieno, per far andare la macchina, è spesso un pensiero che ti schiaccia a terra.

Alla fine, su questa disquisizione arguta non ho la moralina da propinarti. Non voglio dirti: nonostante la stanchezza, poi andrà tutto bene e i risultati non si faranno attendere e saranno un balsamo sulle tue ferite. Sticazzi, amico mio! Bisogna farsene una ragione, sulla fatica. Ho capito che sarà così fino alla fine dei tempi. Da parte mia, continuerò a sclerare di tanto in tanto, sperando che quel 20%, si riduca sempre di più, piano piano. E tu?

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