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29 giugno 2017
Marianna

No che non mi annoio

Per carità, lavorare a Zandegù è muy divertente. Ogni giorno ce ne inventiamo una nuova, i libri son diversi, così come i loro autori e, anche se l’iter per pubblicarne uno è lo stesso per tutti, in generale il lavoro è poco ripetitivo, abbiamo l’occasione di conoscere un sacco di gente ai corsi, organizzare gli eventi e dare sfogo alla creatività. Quindi, possiamo dire che non ci annoiamo.

Mucho divertimiento?

Eppure, non è proprio così. Per quanto bello, creativo e da sogno, è pur sempre un lavoro e, quindi, la realtà molto poco glamour è che almeno la metà del tempo la passiamo a fare cose noiose, ripetitive, operative, poco fighere. Ecco, questa noia io la voglio vedere in modo positivo. Tenere a bada la mia mega voglia di fare, sperimentare, provare, è difficilissimo. Mi verrebbe da stravolgere tutto ogni 5 secondi, ma so che così facendo non sarei mai andata avanti.

Eppure, intorno a me vedo tantissimi professionisti che un giorno sono esperti di cocco bello e il giorno dopo di telefoni a rotella. Com’è possibile? I cambiamenti sono buoni e giusti, anche quelli radicali, perché ci sta che uno voglia variare direzione nella vita. Mica siamo costretti a prendere una strada e seguirla a tutti i costi, anche se ci porta verso un burrone, no? Sennò tutte le persone che cambiano facoltà universitaria in corso d’opera cosa dovrebbero fare? Uccidersi?

Jack of all trades, master of none

Ecco, però a volte si esagera. Per noia, per smania, per poca chiarezza su cosa davvero si vuole fare nella vita. Persone che sono divorate dal fuoco sacro di una passione e, 6 mesi dopo, sono già confuse, annoiate, pentite e vogliono passare a fare altro.

Gente che apre blog, investe soldi in piani di marketing, frequenta i corsi più disparati e, ormai, è competente sia in ikebana sia in guida dei droni, stampa biglietti da visita con cariche che rimarranno valide il tempo di una playlist su Spotify.

Cosa fare quindi se, ogni 3×2, la cosa che stai facendo ti viene a noia e vuoi passare a fare altro? Io, che sono indomita come un puledro selvaggio nella pampa argentina, come faccio a darmi una maledetta calmata?

Darsi dei punti fissi che non cambiano nemmeno a colpi di cannone

Ogni anno, la tentazione di rifare da zero la stagione di corsi è fortissima. Come quando si scuote la tovaglia fuori dalla finestra per togliere le briciole. Ma perché? Qui mica parliamo di briciole, ma di prodotti che funzionano e ti danno da mangiare (e ti permettono quindi di sbriciolare in giro!). Perché farlo, allora? Infatti, non ce n’è motivo: se hai dei prodotti o servizi che funzionano, non eliminarli perché ti pare che non piacciano. “Pare” non è un buon metro per misurare il tuo lavoro. Te lo dicono i clienti che non vanno? Hai avuto feedback negativi? Le vendite sono calate? Ecco, allora, in quel caso corri ai ripari. Sennò, lassa perdi, come diciamo qui in PiemoRte. Ripartire ogni volta da zero è stimolante, per carità, ma è anche una fatica allucinante. Perché sudare in continuo?

Permettersi delle zone di sperimentazione

Noi facciamo così: ogni stagione di corsi proviamo 3, al massimo 4, corsi nuovi. Li testiamo, vediamo la reazione del pubblico e decidiamo se hanno la forza per entrare nel nostro catalogo di corsi fissi.

Con i libri, idem: facciamo quasi soltanto manuali, ma ogni tanto ci concediamo il lusso di pubblicare un ebook diverso dal solito. Per intercettare un nuovo pubblico, per lavorare con un autore stimolante o perché, semplicemente, ci va di fare qualcosa di diverso per noi stessi.

La zona invece dove sperimentiamo di più è la comunicazione online. I social e il blog sono, per forza di cose, spazi che consentono una maggiore creatività e noi ce la mettiamo tutta. Ci diamo un calendario preciso (non navighiamo MAI a vista) e da lì partiamo: foto buffe, nuovi contenuti (come i video in Panda), copy simpatici. Lì, è il posto per sfogarsi e schiacciare sull’acceleratore. Sempre avendo in mente cosa stiamo facendo e a chi parliamo.

Poco poco

Lo diceva Kaori nello spot del formaggio spalmabile, lo dico io qui ora. Quest’anno ho proposto a Enrica (che ci segue nelle nostre avventure) tipo 500 corsi nuovi. Tutti in target, tutti belli, interessanti, pensati, adatti a noi. Ma 500 (sto esagerando, eh?) non sono troppi? Meno male che Enrica me li ha potati. Ci sarà tempo per farli, ma quando si lancia un nuovo prodotto è bene iniziare con poche cose, mirate, facili da comprendere per il pubblico che abbiamo già. Dopo, se questi prodotti funzionano davvero, verrà il momento di allargare il cerchio e ampliare l’offerta.

E se invece fosse giusto guardare sempre oltre?

Già, e se invece gli insoddisfatti avessero ragione? Certo, io li capisco, perché io sono eternamente insoddisfatta. Guardarsi intorno è bene perché permette di tenere la mente aperta, trovare spunti di lavoro innovativi e creativi, conoscere gente nuova, migliorarsi. Ma va fatto nei limiti. Certe volte è bene rendersi conto della differenza tra cambiare perché necessario o perché non si ha idea di dove si sta andando.

Al trotto, hop hop

Io, per dire, dopo tanti anni, ho finalmente imparato ad andare al trotto. Perché ho capito che iniziare una cosa e manco finirla perché si è già lì che si galoppa pensando alla prossima avventura non è salutare e può portare a tantissime delusioni.

Non vuole affatto dire accontentarsi, perché secondo me è vero che chi si accontenta muore. Significa capire che la noia non è solo una cosa negativa, la routine non è solo una rottura. Camminare su sentieri che hai già tracciato tu stesso (magari con fatica), rifare le cose che funzionano non è un male: è ottimizzare gli sforzi, capitalizzare, crescere e fare sul serio.

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