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14 dicembre 2017
Marianna

Nessuno mi ha mai detto brava

Non vorrei che questo post sembrasse una captatio benevolentiae (uelà che paroli, neh?) per farmi dire brava con l’inganno.

No, è che proprio a me da bambina nessuno mi diceva brava, in casa. E non lo dico per cercare di fare la piccola fiammiferaia, ma perché parto da qui per fare una riflessione.

Un paio di paragrafi dove sembra che ho avuto un’infanzia orrenda (ma non è così)

Sono stata tirata su in questo modo. Se facevi le cose male erano cazzi, se le facevi bene era solo il tuo dovere.

Io ho imparato molto presto a bastarmi, giocavo spesso da sola, stavo di frequente in mezzo agli adulti (e tra gli adulti si sta in silenzio e composti), mi autogestivo per i compiti.

Sono cresciuta come una persona iper-responsabile, sulla quale si può contare, della quale ti puoi fidare, che se le dici una cosa in confidenza manco sotto tortura si sbottona, che c’è anche quando gli altri sono spariti.

Facevo il mio dovere, e lo facevo bene (a volte benino, dipendeva dai casi) perché, semplicemente, andava fatto e non mi pareva possibile ci fosse un altro modo di avvicinarsi alle cose. E senza aspettarmi niente in cambio, figuriamoci un “brava”. Mi ricordo che, alle medie, ai miei compagni facevano un regalo per la promozione. Per i miei genitori questo era inconcepibile. Eri promosso, era il tuo dovere. Punto.

Se vuoi prendere un fazzoletto a ‘sto punto ti capisco!

E, ancora, ci tengo a sottolineare che non te lo dico per lamentarmi (anche perché tutto sommato son venuta su abbastanza bene, mi pare. D’accordo chi mi conosce bene forse non la pensa “proprio” così, ma insomma!), ma per raccontarti che è così che sono stata cresciuta e che questa forma mentis (e daje di latino oggi, vero?) mi ha scavato qualcosa dentro.

Quindi io cresco. Faccio le mie cose a scuola. Ho i miei personali piccolissimi successi. Cresco ancora e apro Zandegù. Raggiungo dei traguardi, non enormi, ma sempre un pelino più importanti. Ho delle gratificazioni. Qualche “brava” inizia ad arrivare. Ma io mi schermisco: “Ma no dai, non è niente di che, è una piccola cosa, non è così importante, son capaci tutti, riuscirebbe una scimmia, lo farebbe chiunque, non esagerare, macché”. “Eh, ma come sei sabauda!”, mi dicono alcuni. “Che understatement!”, mi dicono altri. “Guarda che potresti tirartela un po’ di più, che non si offende nessuno”, mi dicono ancora altri.

Una botta di allegria con una citazione di Andersen (che si sa, le matte risate!)

Credo di averci messo 10 anni a capire che ai complimenti si risponde “Grazie”. Se ti schermisci, quasi sminuisci chi ti ha elogiato, quindi, visto che è una cosa bella che ti stanno dicendo, è bene ringraziare, no? Ma a prescindere dalla mia risposta, io il complimento l’ho sempre preso con me, però mi scaldava il cuore solo per un attimo, proprio come i cerini della Piccola fiammiferaia di Andersen e poi via, spento. Perché dentro, mi dicevo: “Ok, questa persona è contenta, ci apprezza, però non abbiamo fatto granché, si può sempre migliorare, comunque quella cosa potevamo farla in un altro modo”. Perfezionismo? Ingratitudine?

Questi complimenti, questi commenti positivi, erano sempre detti da persone che sì, ti apprezzano, ma ti conoscono anche pochissimo. Che vedono, per certi versi, solo alcuni lati di te, magari i migliori, come quando fai l’albero di Natale e decori solo la parte che si vede. Sono persone che non ti sopportano tutti i giorni, con i tuoi alti e bassi, le tue mille lamentazioni, le arrabbiature, la stanchezza, le occhiaie, i sorrisi andati verso altri lidi, lontani dalla tua faccia.

Chi non salta

Una curva di ultras sfegatati, che si incazza, ma anche che ti sprona, io non l’ho mai avuta. Mi sono sempre arrangiata da me. Certo, i “brava” che mi dicevo tra me e me, erano proprio sussurrati, non avevano affatto la potenza del coro da stadio (ma avevano meno parolacce, quello sì) e non è che facessero granché a livello di autostima.

Oggi, però, le cose sono un po’ cambiate. E inizio ad avere intorno qualche ultras che mi sostiene. È incredibile come due piccole parole come “Sei” e “Brava” possano farti venire su una corazza durissima, una pellaccia da elefante, un guscio come manco le noci di cocco, uno scudo come nemmeno Lancillotto. Ti alzi la mattina, ti guardi allo specchio e quelle parole rimbombano nella testa e ti vedi forte, ti vedi figo.

Avevo proprio bisogno di sentirmele dire, quelle parole. E anche con una certa costanza perché mi sembrassero oneste, non campate per aria, mi scavassero dentro e mi facessero dire: “Ok, magari, solo stavolta, non lo dicono per gentilezza”.

Sono stata brava, cazzo!

Non voglio farci troppo l’abitudine, ovviamente, perché, in fondo, mi hanno abituata a bastarmi. So che quelle parole le devo far mie, e devo ripetermele da sola, all’occorrenza, ma ripetermele con convinzione, non più come un sussurro.

Insomma, manca una manciata di giorni alla fine dell’anno, e io odio i bilanci. Però, giunti a questo punto, io me lo dico, anche presuntuosamente: sono stata brava. Sono stata proprio brava ad arrivare fin qui. D’accordo, non da sola. Ma oggi non è il momento di guardare il lavoro di squadra, perdiana!, è il momento di guardarmi in faccia e basta. E sono stata brava, cazzo.

E mi auguro tanto che anche tu, ogni tanto, sappia godere delle cose buone che hai fatto, piccole o grandi. Che anche tu sappia trovare il tuo hooligan del cuore che ti sostiene con cori, striscioni, tamburi (ma spero non spacchi roba in giro però!). E mi auguro che anche tu sappia far tesoro dei cori e degli striscioni per ripeterteli da solo, quando serve. Perché, poi, un momento dove si è soli ed è necessario dirsele, le cose, viene sempre.

Ecco, alla fine, da questo 2017 ho imparato una cosa importante. So bastarmi, so farcela con le mie forze, so arrangiarmi, so dirmi brava. Però so anche che ogni tanto ho bisogno di supporto, di sentirmelo dire forte e chiaro e un sacco di volte. Perché a volte 8 lettere possono essere la miccia per partire e fare cose bellissime.

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