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26 aprile 2018
Marianna

Il più brutto errore di grammatica della mia vita

C’è stato un momento, in prima liceo, in cui ho iniziato a scrivere poesie. Penso sarà anche capitato a te. La fase Ungaretti ce l’abbiamo tutti, prima o poi. Erano ignobili, ma a me sembravano capolavori assoluti. Le scrivevo di getto con una biro viola che profumava di mirtillo, su grandi blocchi di carta bianca. E ne scrivevo in quantità industriali. Non ero manco pagata a cottimo, ma era tipo se. Le facevo girare tra i banchi. Le mie amiche estasiate. Scrivevo di patemi interiori, di sofferenza, di amori non corrisposti. Una versione Bignami, con a capo messi totalmente random, della mia adolescenza.

Questo primo successo mi ha convinta a cimentarmi con un romanzo. Potevo pensare di iniziare con i racconti, ma no: romanzo.

Mac, Pigna, PageMaker

Lo scrivevo su Adobe PageMaker (praticamente il nonno di inDesign) perché mio padre era nerd e usava con fierezza il Mac fin dal 1984. Negli anni ’90 avere il Mac non era cool: i miei amichetti avevano Windows 95 e Word, io invece ‘sto strano computer con la mela arcobaleno e un programma di “video-scrittura” complicatissimo, che usavo per farci le ricerche di storia e per scrivere, appunto, il mio primo romanzo. Manco a dirlo, era una storia d’amore. Molto tormentata. Lei era bellissima, risoluta, piena di sofferenza interiore. Lui era bellissimo, risoluto, pieno di sofferenza interiore. Il mio metodo era questo: scrivevo un capitolo, lo stampavo, lo mettevo nelle cartelline di plastica con i buchi, le raccoglievo in un quadernone ad anelli della Pigna e mandavo il quaderno in giro tra le mie amiche, il mio primo gruppo di lettura. Erano tutte in visibilio.

Talento incompreso

Il romanzo era senza scaletta, con dialoghi improbabili, pieno di tell e vuoto di show (se scrivi, la regola dello show don’t tell l’avrai tatuata da qualche parte. Se non scrivi, qui trovi una spiegazione di cosa si tratta). Eppure, questo consenso tra le truppe liceali mi ha fatto pensare di essere “portata per la scrittura”. Lo pensavo anche se prendevo raramente più di 7 e mezzo nei temi. Cosa che mi faceva soffrire come un cane, perché ero convinta di essere brava, di avere delle cose da dire. Insomma, ero già un talento incompreso.

Cowboy

Così, finito il liceo, invece di iscrivermi all’università, sono andata a fare il master di due anni alla Scuola Holden, dove ho finalmente scritto racconti e dove ho subito compreso che, forse, le mie amiche del paesello non erano la platea più competente per valutare le mie capacità. E che i miei 19 anni di esperienze e tormenti erano un po’ ridicoli di fronte alla complessità dei racconti scritti da 30enni navigati e colti. Insomma, mi sono sentita una mezza sega. Loro a parlare di politica, io con la maglietta dei NOFX.

E poi c’è stato un giorno che penso non dimenticherò mai. Il mio corso preferito alla Holden era teoria del cinema con Bruno Fornara, un critico cinematografico della madonna. Lo amavamo tutti. Bruno è un uomo adorabile, simpatico, ironico, gentile, pieno di vita, competente, appassionato di film e amante delle donne (lo si capiva da come raccontava certe scene di certe pellicole che tanto lo avevano emozionato). Uno che arrivava da Novara in treno col cappello da cowboy. E cowboy lo era davvero, dentro.

Un apostrofo non troppo rosa

Insomma, un giorno ci dà questo compito: scrivere una recensione di un film attualmente (era il 2003) al cinema. Io, che ormai mi sentivo inferiorissima, ho cercato di darmi un tono: “Recensirò Dogville di Lars Von Trier”. Cioè, non so se mi spiego. Piscia meno lontano, cara! Un film difficilissimo, tosto, con Nicole Kidman in stato di grazia e una Palma d’oro a Cannes.

Bon, non ha importanza se la mia recensione fosse bella o meno. Non ricordo, ma propendo per: inutile e mal argomentata. Quello che però conta è che per DUE VOLTE, ripeto per DUE VOLTE, ho scritto UN ALTRA SENZA APOSTROFO.

Ecco, l’adorabile, pacato, tenero Bruno me l’ha fatto notare davanti a tutta la classe. Facendomi una strigliata come manco a un pony. Incazzato nero. Stupito da tanta sciatteria e ignoranza.

Italiano vero

Io ho pensato di morire. Poi ho anche pensato: “Eccheccazzo, una svista, può capitare, l’emozione”. Poi, nei giorni seguenti, ho riflettuto meglio e ho pensato che: “No, svista un par de ciufoli! Certi orrori non si fanno. Scrivere non è solo creatività, immaginazione, narrazione. È anche consegnare agli altri un testo corretto, piacevole, chiaro, scritto con competenza. Se voglio fare lo scrittore, l’italiano lo devo sapere”.

È così che, da quell’infausto giorno, sono diventata grammarnazi. Siccome non sono perfetta, sono sicura di aver comunque seminato, qua e là, negli anni, altri incredibili strafalcioni. Però ora ci faccio un’attenzione pazzesca, leggo e rileggo, mi sforzo di evitare gli errori più beceri, ce la metto tutta.

Usare un buon italiano, corretto e professionale, è segno di rispetto verso il lettore, di amore per la propria lingua, di padronanza (e non padroneggianza come dice sempre una mia amica) di questo mezzo espressivo.

Piuttosto che un cavolo!

Se dici “In quel negozio vendono pantaloni, piuttosto che gonne, piuttosto che magliette”, ecco a me viene voglia di prenderti a martellate in faccia. Lo so che sono violenta ed esagerata, ma è così. In fondo al cuore, penso che abbia ragione lo scrittore Andrea De Benedetti quando dice che l’uso comune che ne fanno le persone influenza la lingua. Quindi, se tra 20 anni tutti scriveranno un pò invece di un po’ (com’è corretto), pace, si scriverà un pò. Però, intanto, a me, a vederlo scritto, mi sanguinano gli occhi.

Italiano corretto a Pisa

Per questo ho aderito con entusiasmo alla collaborazione con Barbara di Italiano Corretto, una due giorni (25 e 26 maggio), alla Normale di Pisa, sull’italiano che cambia con workshop e incontri con copy, scrittori, giornalisti e traduttori. Il sito recita “Dalle regole della scrittura per il web all’italiano della politica e del giornalismo, dalle derive linguistiche contemporanee alle nuove modalità di comunicazione veicolate dai social, passando per l’editing e la correzione di bozze e la scrittura umoristica. La nostra lingua decolla in mille direzioni: siamo pronti a seguirla?”.

Insomma, un evento favoloso che ti consiglio di seguire se scrivi per lavoro (ma anche no) e se, in generale, ami la nostra lingua. Se vuoi partecipare, puoi iscriverti da qui. Come amico di Zandegù (basta dirlo all’iscrizione) hai diritto alla tariffa scontata (quella che sul sito trovi segnata come “Per allievi STL”). Per info e iscrizioni basta cliccare qui.

Anche tu grammarnazi? Anche tu hai scritto poesie urende nei drammatici anni del liceo? Anche tu, confessa!, sbagli a dire “piuttosto che”? Racconta, racconta!

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