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8 marzo 2018
Marianna

Fare il capo: cosa ci ho capito finora

Niente?

Sì, ecco, dopo due mesi di bossitudine vera qui a Zandegù, mi sento che non ci ho capito un tubo.

Ricapitoliamo un attimo?

Allora, dopo le feste di Natale è arrivato su questi schermi il fido Enrico, detto anche il minion. Enrico è il mio assistente ed è la prima volta che in Zandegù c’è una specie di gerarchia. Tutti i collaboratori che abbiamo avuto finora sono o sono stati dei consulenti e li ho sempre visti come dei pari grado. È la prima volta in 5 anni che mi ritrovo a fare davvero il capo. Escludiamo da questo quadro la tirannia alla quale deve sottostare il povero Marco, tra urla belluine, sbalzi di umore e modi da Gestapo. Ma lui è anche marito, quindi doppia sfiga, no?

Insomma, magari là fuori c’è qualcuno che sta pensando di assumere una persona per un qualsivoglia ruolo nel suo business, e magari questo qualcuno pensa che comandare sia una bazzecola, una cosa da niente.

Balle, dico io! Balle!

È un vero casino, invece, essere autorevoli senza essere stronzi. Essere accomodanti e comprensivi senza passare per coglioni. Dare delle cose da fare mica tanto gratificanti (tipo le ricerche), sapendo che come mansioni non sono un granché ma che servono tanto. Cercare di formare, senza perdere intere giornate di lavoro. Spiegarsi in modo chiaro, anche tre volte, perché non è detto di essere stati così chiari all’inizio.

Da gennaio ci sono 3 cose che mi hanno davvero messa in difficoltà e che, grazie a dio, col tempo, mi sembra di star superando. Che queste 3 cose mi abbiano fatto capire cosa significa fare il capo, ti rispondo già che no.

1. Trovare cose da fare

Ebbene sì, anche se pare incredibile, trovare cose da far fare non è facile. Che è un controsenso se hai preso un assistente per aiutarti perché hai troppo lavoro, no? Eppure poi Enrico arriva e io mi guardo intorno, lo guardo, guardo il computer e GNENTE! Orcaloca, e ora? Cosa gli do da fare? Le prime due settimane mi pareva di raschiare il fondo del barile: tipo che impiegavo un’ora al giorno a pensare a cosa far fare a Enrico. E ho anche avuto il dubbio che allora non avessimo davvero bisogno. Ma invece, ovviamente, non era così: ce ne sono di cose da fare qui da Zandegù! Col tempo infatti mi pare che le ore non bastino più, che ci sia un bel ritmo. Certo, certi giorni sono più scarichi e altri deliranti, ma è il normale cerchio della vita del lavoro. E parte Ivana Spagna in sottofondo.

2. Essere inclusivi

Una delle mie priorità quando lavoro con qualcuno è che si senta parte della Zandesquadra. Se non si sente parte della nostra ghenga sgangherata, si capisce subito, qualcosa scricchiola e non si va avanti. Di solito chi non abbraccia appieno il nostro modo di fare e di vedere il lavoro, finisce che non collabora più con noi. Non perché siamo delle merdacce, ma perché non ci si prende e ci si lascia in modo amichevole. Con Enrico, questa necessità era ancora più forte. Vorrei davvero che Zandegù fosse mia quanto sua, che la sentisse casa. Ma è un compito enormemente difficile e che, lo so pure io, non si può portare a termine in un paio di mesi. Ci vorranno anni.

Far sentire inclusivi vuol dire da parte mia ascoltare, accettare i pareri contrari, però significa anche spiegare spesso le proprie ragioni, perché si fanno le cose in un determinato modo, perché si prendono certe decisioni. Lo voglio spiegare alla nausea così che Enrico possa capire come ragiono, cosa mi spinge, che idea ho di Zandegù e di come deve essere. Vuol dire raccontare un sacco di cose sul passato di Zandegù, fare name-dropping ossessivo cosicché Enrico conosca chi ruota intorno a noi (o intorno a chi ruotiamo, poco importa. Tutto intorno a te come diceva Megan Gale). Far sentire inclusivi vuole anche dire, secondo me, essere amichevoli, ed è sempre un equilibrio delicatissimo: poi è un niente che passi per amicone, che ti fai mettere i piedi in testa, che non sei autorevole.

3. La mia emotività

Sono una persona enormemente emotiva e mi sento sempre in balia dei miei ormoni e non ho mai capito se per i maschi sia diverso o meno. Io poi credo di avere più ormoni degli altri. Piango, mi dispero, mi incazzo come una bestia, sono euforica, canto a squarciagola, sono presa benissimo e faccio battute orripilanti che mi potrebbero portare in galera per molestie di vario tipo / discriminazioni multiple. E i maschi intorno a me invece sono sempre composti, tranquilli, sereni, persino menefreghisti a volte, padroni delle loro emozioni. Mi rifletto in loro e penso: “Sono un casino”. A livello umorale almeno. Perché, grazie a dio, invece, le idee chiare, sul lavoro, ce le ho eccome.

E in più sono pure donna

Ecco, a volte ho paura che questo mio tourbillon di emozioni possa minare la mia credibilità, non so. Però non voglio nemmeno diventare una “uoma” perché magari è quello che ci si aspetta da un capo (e visto che oggi è l’8 marzo, festa della donna, penso che questa questione cada a fagiuolo!).

Io voglio essere quello che voglio e voglio che quando si tratta di Zandegù parli il mio lavoro, non il fatto che ho le tette, o che piango, o che mi piace parlare di trucchi. Eppure, ultimamente, ho sentito i racconti di tante mie amiche che non vengono ascoltate dai loro capi uomini. E sono sicura che siano professioniste bravissime. E sono anche altrettanto sicura che non vengano ascoltate soltanto perché sono donne.

Tette

Quindi, io sono consapevole che lavorare con me non sia facile perché sono una montagna russa di emozioni misto frutta. E cerco di fare del mio meglio per la sanità mentale di chi mi sta accanto. Ma almeno non devo rendere conto a nessuno e questa è una bella fortuna: sono il capo di me stessa e faccio il bello e il cattivo tempo. E sono anche fortunata perché lavoro con un team di uomini che sono abbastanza intelligenti da capire che le mie tette non mi rendono né più brava né meno brava nel mio lavoro e nel ruolo di capo di Zandegù in particolare. Al massimo mi rendono più carina se metto un vestito attillato, ma per il resto, non mi definiscono come professionista. O forse sono solo abbastanza intelligenti da non farmi capire che pensano sia completamente matta! Ahahhahahahah!

Quindi, a chi legge là fuori: auguri a tutte le donne che fanno i capi, di loro stesse o di altri, perché è un ruolo “che non si scherza un cazzo”. Auguri a tutti gli uomini intelligenti che ci stanno vicino. Auguri a tutte le donne che non vengono ascoltate e hanno il sospetto che c’entri più il loro sesso delle loro effettive capacità: stiamo lavorando anche per voi. Teniamo duro!

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