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8 giugno 2017
Marianna

Fare finta

Fare finta a me viene benissimo.

Ma non nel senso che sono falsa come Giuda. No, nel senso che spesso me la canto e me la suono, prima di arrendermi all’evidenza delle cose.

Ma va tutto benissimo, mi dico. Poi passa, mi dico. Domani sarà meglio, mi dico. Non era niente di che, mi dico.

Contro il logorio della vita moderna

Certe cose lavorative mi investono come un Frecciarossa, mi lasciano le ossa rotte, mi logorano la mente di giorno – insinuandosi qua e là tra un post su Facebook, un video sulla Panda, un’email a un docente, una porta che apro ai corsisti -, mi tormentano di notte – facendomi compagnia mentre mi giro e rigiro, mi giro e rigiro, mi giro e rigiro. A certe cose ci penso sempre, in modo sotterraneo. Un rumore leggero che non mi impedisce di andare avanti, ma che c’è e, se mi concentro troppo, poi alla fine rompe i coglioni.

Contenuto fragile, maneggiare con cura

Non mi piacciono le mie fragilità, le mie ossa mentali già fiaccate dall’osteoporosi. A me piacerebbe essere sempre essere forte e sicura di me. Una donna tutta d’un pezzo. Quando succedono cose brutte, quello che più mi fa arrabbiare non è quasi mai la cosa in sé, ma il fatto che abbia di nuovo reagito in modo troppo emotivo, spesso piangendo.

Così, negli anni, ho sviluppato queste sacche del “fare finta”: porticine che apro al culmine dello stress e che mi chiudo dietro. Porticine che si aprono su sottoscala illuminati dalla luce di una lampadina nuda, dove mi rannicchio e dove tutto va bene. Un respiro, due respiri. Non ci pensiamo troppo. Va tutto bene. Si saluta un corsista con un sorriso. Si schiaccia il play di una serie Tv. Si va via con la mente, per qualche secondo, per qualche ora. Finché.

Boom?

Finché, va detto, non si scoppia. Il gioco del fare finta è fighissimo, dà grandi soddisfazioni, ma a me viene a metà. Fare finta che tutto si sistemi da solo è da ingenui. Le cose che non piacciono, e lo dico da anni, le cambi solo tu, solitamente facendoti un mazzo tanto. Ci va impegno, pensiero, voglia di cambiare.

Fare finta è più facile. Si mettono a nanna le cose che non ci piacciono, ci si gira dall’altra parte, si spera in bene. Che poi, ‘sta cosa dello scoppiare non so nemmeno se è vera, nel mio caso. La mia prof di francese, al liceo, mi aveva detto: “Tu sei di quelle che tiene tutto dentro, accumula, accumula, accumula, pensi che scoppierà, ma invece alla fine fa uscire solo un filo di vapore dalla valvola, come una pentola a pressione, e alla fine non succede niente”.

Ero rimasta malissimo, quando me l’aveva detto. Come se sottintendesse che ero senza palle, senza la personalità necessaria a farmi valere.

Tutto petto

Negli anni, invece, ho dimostrato il contrario e ho saputo prendere di petto certe batoste, guardare il mostro dritto negli occhi, darmi da fare, non scoraggiarmi, prendere delle decisioni anche dolorose, scendere a patti con i miei problemi, chiarire, potare i rami secchi.

Mr. Wolf

A volte, invece, ho preferito fare finta di non provare certe cose, di essere forte e mi è parso di esserci andata vicina: “Ecco, a forza di fingere, dai che son diventata sicura!”. Ma non so mica se è la verità, o se me la sto raccontando, ancora una volta…

Altre ancora, infine, ho proprio fatto finta di niente e basta, sperando si palesasse una sorta di Mr. Wolf che arrivava e risolveva i miei problemi.

L’odio

Certo, fare finta, anche se non è una mossa vincente, non è una cosetta da niente. Ci va un enorme autocontrollo e una certa dose di negazione della realtà. O un lavoro, come accade a me con Zandegù, dove fare gli scemi e divertirsi è diventato un marchio di fabbrica: se passi quindi il tempo a ridere e a fare foto buffe, alla fine ti convinci che sì, non è poi tanto male.

O che, insomma, come diceva quello là, in uno dei miei film del cuore, “Fino a qui, tutto bene”.

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