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23 marzo 2017
Marianna

Emotività e lavoro

Si legge spesso in giro che, se si vuole essere dei bravi imprenditori, bisogna essere stronzi, squali, più furbi, con le palle, duri. Un discorso che pare valere doppio per le donne.

12 anni schiavo imprenditore

Sono in proprio da 12 anni: i primi 5 ero davvero una Pollyanna che correva qua e là per la campagna a fare il gioco della felicità. Quindi non li contiamo.

Durante gli ultimi 4 e mezzo, sicuramente sono diventata più scafata e, se vogliamo, più furba e, certo, un bel po’ più dura. Stronza magari no, sulle palle non mi sento di esprimermi.

Oh, c’hai le tue cose?

Però, ieri come oggi, una cosa non è ancora cambiata. Il fatto che io sia pesantemente emotiva. E non è che ho “le mie cose” o “che sono femmina”. ‘Sti cazzi, e scusa il francesismo. È che sono uno tsunami di emozioni sempre in movimento, nel bene e nel male. Nel bene, perché sono accogliente, simpatica (almeno spero!) e disponibile. Nel male, perché mi incazzo per la minima cosa, mi dispero per i contrattempi, piango per le email brutte, non dormo per gli F24 da pagare.

Qualche tempo fa, a leggere che devi averci le palle, mi sono chiesta: visto che sono così emotiva, significa che non ce la farò mai nel mio lavoro?

La risposta, secondo me, è NO, ce la puoi fare lo stesso.

Nella terra di mezzo

Questo perché penso che essere emotivi non sia né un bene né un male. Nel mio caso è semplicemente un dato di fatto. Sono super emotiva e, quindi, devo scendere a patti con questo lato del mio carattere. Devo imparare a non farmi prendere male da OGNI cosa che succede per non rovinarmi la vita, ma devo anche abbracciare questo aspetto, perché mi rende chi sono. E chi sono si riflette nel mio lavoro e, quindi, non potrà essere così male.

Pa-pa-pa-paranoia!

Ovviamente, però, ci sono dei paletti che ti devi dare. Perché sennò le emozioni possono divorarti e rovinarti. Non scherzo. Tempo fa, un semplice commento negativo, o un po’ duro, a un nostro post su Facebook, mi avrebbe gettata nella paranoia più completa, facendomi mettere in discussione tutto e causandomi lunghissimi mal di pancia e mal di testa.

Anche solo due anni fa un errore contabile, risolvibilissimo, mi avrebbe fatto piangere in un angolo dell’ufficio, convinta che la Finanza sarebbe venuta a catturarmi, per chiudermi in gattabuia per il resto dei miei giorni con una divisa a strisce (Marescià, si scherza, qui tutto rego!).

Il tempo, grazie al cielo, aiuta a farsi venire una bella pellaccia che serve a resistere agli urti. Così dicono. Io, come sempre, non saprei bene.

Cocco e nespola

Alla fine della fiera, la mia pelle, tatuaggio più, tatuaggio meno, oggi è divisa in due: metà è simile al guscio di una noce di cocco. Metà alla pellicina di una nespola. Sono cocco per 330 giorni l’anno. Nei restanti, maledetti, 35 giorni divento nespola e le cose vanno un pelino in vacca.

Leggi: drammi come manco in una soap venezuelana, pianti a dirotto chiusa nell’ufficio della Zandecasa perché il bagno si è rotto, sigarette fumate a gruppi di 3 come i mazzi di rose, camminate di 5 ore lungo corso Mediterraneo “per schiarirmi le idee” con musica elettronica a volume 80 nelle orecchie.

Sempre più suuuuu

E non ho 25 giorni di nespolitudine tutti di seguito, ovviamente. Sarebbe stressante ma pratico. No-ne! Quindi ecco che prendo il biglietto e salgo su questo roller coaster emotivo dove un giorno è tutto puppies and rainbows e amo la vita (cocco), e poi giù a tutta birra verso giornate di odio funesto nei confronti del mondo e drammi esistenziali che non verrebbero risolti nemmeno da mille anni di psicanalisi (nespola).

Quindi, riassumendo, posso dire che, dopo 4 anni e mezzo in proprio, la scorza dura mi è venuta, ma non abbastanza da ricoprirmi tutta. Ho ancora spazi molli e fragili e delicati e il saliscendi, a volte, ancora adesso, è terribile da gestire con il giusto aplomb.

Du’ palle

Però ho capito delle cose. So che non mi interessa di avere le palle e passare per stronza. So però anche che non voglio mangiarmi le pellicine fino alle ossa per il nervoso. So pure che le mie emozioni sono sia una condanna sia un tesoro e non ci voglio rinunciare. E, in ultima analisi, so che sì, si può lavorare in proprio (e spero di farlo bene) anche se si è maledettamente emotivi. Si scende a compromessi, si impara e si migliora ogni giorno. E si mette un pezzo d’anima nel proprio lavoro.

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