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22 giugno 2017
Marianna

Cos’ho imparato in 13 anni di lavoro con mio marito

Sì, quel brutto ceffo sulla home page del nostro sito è mio marito Marco. Stiamo insieme dalle guerre puniche, da quando non avevano manco inventato Facebook e non ci si poteva baccagliare online, ma solo via sms e senza sforare coi caratteri ché poi costava troppo. Oddio, forse il periodo degli squilli invece l’avevamo superato, grazie al cielo.

Insomma, son 13 anni che stiamo insieme, da quando io ne avevo 21 e lui 24. Zandegù è nata insieme al nostro amore.

Cielo, mio marito!

Zandegù, per tanti anni e forse ancora un pochino oggi, l’ho sentita come una cosa mia. Ma in realtà dentro c’è una parte davvero importante di Marco. Io penso che senza di lui non avrei fatto la metà delle cose, nella vita e nel lavoro. Marco mi ha spinto a cambiare tanti lati brutti di me. Su altri, invece, non ha avuto la stessa fortuna e, purtroppo per lui, continua a convivere col mio caratteraccio e le mie 52 paia di scarpe.

I primi tempi di Zandegù, Marco mi dava una mano nei ritagli di tempo, perché aveva un lavoro full-time che gli piaceva molto e il mio carico di lavoro era tutto sommato gestibile da sola.

Negli anni le cose sono cambiate e, quando abbiamo riaperto, la situazione professionale di Marco non era delle più rosee. Quindi, è venuto naturale che fosse più coinvolto e lavorasse part-time per Zandegù, con un ruolo e orari precisi e, ovviamente, potere decisionale su tutto.

Insomma, diciamo che mi sento abbastanza esperta sul tema “lavorare col proprio compagno/a”. Certo, questa è la mia esperienza e non pretendo sia valida per tutti, ma voglio condividerla, perché magari torna utile a qualcuno. Ecco quindi cos’ho imparato in 13 anni di lavoro in coppia.

È bellissimo o una faticaccia?

A volte è bellissimo, a volte è una faticaccia. È bello perché dà molto senso e scopo al nostro stare insieme. Non vogliamo avere figli, non progettiamo una famiglia e di sicuro Zandegù rappresenta una possibilità per darci una direzione, remare insieme verso un traguardo, gioire dei nostri successi, avere banalmente qualcosa di cui parlare a cena!

A volte è una gran fatica: vedersi ogni giorno, essersi già raccontati tutto e la sera aver soltanto voglia di stare soli, litigare per ogni minima cosa perché alla fine ti puoi permettere di essere stronzo con l’altro, condividere un carico di problemi e rotture che ammazzerebbe un mulo.

Ci si porta i problemi di lavoro a casa e viceversa?

Noi onestamente no, siamo stato e chiesa. Siamo sempre riusciti a risolvere le cose nostre e a non portarle in Zandegù e, al contempo, a sistemare tutte le rotture di lavoro prima di uscire dall’ufficio. Se non ci riusciamo, però, ci impegniamo a non parlarne a casa davanti al piatto di pasta. Meglio staccare. Non so come ci riusciamo, ma forse è una banale questione di carattere e pragmatismo e voglia di non rovinarci la vita e Zandegù, che comunque resta la cosa più bella che abbiamo fatto.

Rischia di mettere a repentaglio la coppia?

Di brutto. Ogni minuto è una potenziale bomba a orologeria. È pesante vedersi 24/7, avere pochi spazi privati per sé, se non la sera a casa davanti a Netflix o se si esce con i propri amici, perché la condivisione è totale, sei sempre sotto l’occhio dell’altro, lì nell’ufficio, seduti vicini. E perché, alla fine, la tua individualità tende a sbiadire. Voglio essere molto onesta: 13 anni su 34 di vita sono tanti. Io a volte non so bene chi sono personalmente e lavorativamente senza l’altro accanto. E questo non so se è un bene per il singolo e per la coppia.

È per tutti?

Ovviamente no. Ci va una pazienza assoluta e dei caratteri votati: 1) al lavorare (e non a cazzeggiare, “perché tanto lavoro con mio marito/moglie”); 2) ad avere molta cura del progetto che si è scelto di portare avanti insieme. Noi abbiamo queste peculiarità e lavoriamo bene insieme. Però abbiamo anche dei caratteri complementari e ci bilanciamo, perché io sono pronta a scoppiare ogni 5 secondi, Marco invece è calmo, pacato e riflessivo. Io sono creativa e logorroica, Marco pragmatico e pratico.

Come si fa a sopportarsi e supportarsi?

Come si fa non lo so. È durissima. Si va avanti giorno per giorno, cercando di rispettarsi come individui e come professionisti.

E quando non ci si rispetta tanto?

Capita, purtroppo. Magari ci si insulta, si litiga come mai si farebbe con un collega, ci si permette comportamenti che in altri contesti non tollereremmo noi per primi, si cerca di riappianare casini di lavoro col sesso, non si fanno delle cose che uno ha chiesto perché sì, tanto è mia moglie/mio marito e mi perdona tutto, ci si parla in modo brusco perché si ha confidenza, si fanno le cose coi propri tempi (lunghissimi) perché tanto che vuoi che sia.

E come si fa se uno dei due è il capo?

Nel nostro caso, Marco merita un monumento alla pazienza e alla dedizione alla causa perché, alla fine della fiera, il capo della baracca sono io. Per me lui è CEO quanto me, ma la verità è che non è proprio così. Le carte le firmo io, le responsabilità sono mie, la faccia ce la metto più spesso io di lui, la comunicazione parte molto da me, l’impronta generale è farina del mio sacco. Crescere rigogliosi all’ombra di una moglie tanto ingombrante non è per tutti i maschi. Richiede molta autostima, autosufficienza, ironia, intelligenza. A volte penso che, a parti invertite, io non sarei tanto intelligente.

Chi decide?

Ogni cosa importante è decisa insieme. Ognuno dice le sue ragioni e ascolta quelle dell’altro e poi si valuta insieme.

E se l’amore finisce?

Cazzarola, amico mio, me lo chiedo in continuo. Io mi sono sposata 5 anni fa e, nonostante abbia fatto questo passo, non credo nell’amore eterno. Credo nell’amore che fa quello che può, nel fare meglio che si riesce, nel provarci e nel volersi bene. Credo che le persone sbaglino, siano fallibili, guardino altrove, cambino. Se questo accade, e accade spesso, è un bel casino. Se succedesse a noi, onestamente non so se riusciremmo a continuare a lavorare insieme per il bene di Zandegù.

Certo, dipende da mille fattori. Da come e perché ci si lascia. Da come sta andando il lavoro in quel momento. Di nuovo, penso che affrontare una situazione del genere richieda un lavoro enorme di lungimiranza, pazienza e intelligenza. Si spera, in questi casi, che, se l’amore è morto, la voglia di costruire col lavoro non lo sia.

Un bilancio?

Di sicuro la strada è in salitissima ma ci sono margini per migliorare il rapporto tra noi (leggi: devo imparare a mantenere la calma e a non pretendere sempre troppo; Marco deve imparare a prendere certe cose più sul serio). La mia speranza è: diventare più proattivi ed efficienti; ritagliarci maggiori spazi di autonomia; vederci meno davanti al pc per migliorare la qualità del tempo che passiamo insieme fuori dalla Zandecasa.

Però, alla fine, il mio bilancio – al netto delle milionate di insulti, litigate, scazzi, problemi e logorio che il lavoro di coppia ci ha portato – è positivo. Forse perché i risultati di tutto ‘sto sbattone sono belli e ripagano di ogni fatica.

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