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20 luglio 2017
Marianna

Come si fa a essere credibili

L’altro giorno, mentre lavavo i piatti (sì, lo confesso, di mala voglia), parlavo con Marco di una cosa che, in questi anni, ci è successa un sacco e, ogni volta, ci fa girare i marroni a frullino.

Marco mi raccontava di un amico che ha speso una cifra considerevole per farsi gestire i social da un’agenzia, di quelle che per un fisso ti mettono in piedi un sito vetrina e ti fanno un po’ di postate su Facebook. Occhio, non sto parlando di un’agenzia di comunicazione che fa strategie digitali e web design. Sto parlando di quelle specie di supermercati del web che vendono pacchetti a prezzo fisso un tanto al chilo a tutti. E non dico nemmeno che sia una fregatura o che non facciano quello che dicono di fare, dico solo spesso offrono delle soluzioni preconfezionate, che non aiutano davvero il cliente a farsi conoscere o a crearsi un’immagine solida e professionale sui social.

Chiavi in mano

Di solito chi li sceglie è un commerciante, magari non è tanto esperto di marketing e di web, ha sentito che Facebook è utile per lavoro, sa che la gente ora guarda anche i siti dei negozi, ma non ha materialmente il tempo per imparare questi strumenti e per gestirli: il pacchetto chiavi in mano sembra la soluzione a tutti i suoi problemi.

Ora, lo avrai capito, da qualche parte si nasconde la faccenda che tanto ci fa girare i marroni a me e Marco. E ora vado a dirtela.

Solvente, soluto, membrana, osmosi

Il fatto è che noi, alla fin fine, ci occupiamo di comunicazione. Penso che due cose le abbiamo imparate, in tanti anni sul campo. Tra l’altro, sono 4 anni che proponiamo un corso che si chiama Social media marketing e, almeno per osmosi, qualcosa avremo pure imparato no?

Infatti, ci tengo a precisare che il punto non è che mi girano i marroni perché questi amici sono potenziali corsisti che non siedono sui nostri banchi (cioè, anche, ma non solo). È proprio il fatto che non passa mai per l’anticamera del cervello a nessuno di loro di chiedere un parere a noi, prima di imbarcarsi in queste imprese. Nemmeno un consiglio davanti a una birra, due parole tra uno spritz e una patatina. Niente. E questa cosa ci fa soffrire come bestie, perché di certo non abbiamo la bacchetta magica, ma se ci venisse data l’occasione, li aiuteremmo e proveremmo a dir loro il nostro parere.

Come mai? Dove sbagliamo? Secondo me sbagliamo su due cose:

1. Non diciamo bene cosa facciamo

Con tutta probabilità abbiamo due tipi di amici: quelli cui sfrangiamo i marroni con ogni dettaglio della nostra roboante vita da editori; e quelli che vengono risparmiati. Forse questi ultimi hanno una vaga idea di cosa facciamo, ma non sanno nel dettaglio quali corsi proponiamo o che ogni giorno creiamo mille contenuti testuali, fotografici, video eccetera, che conosciamo tanti professionisti e che sappiamo di cosa parliamo quando si parla di comunicazione.

Soluzione

Senza arrivare allo sfrangiamento di cui sopra, possiamo trovare un modo più semplice e chiaro per descrivere cosa facciamo, partendo dalle cose che siamo in grado di risolvere con il nostro lavoro. Così, quando uno ha un problema (apro un canale Instagram per il mio negozio? Investo 1.000 euro in un sito prefabbricato), si ricorda che noi gli avevamo parlato del nostro lavoro e sa che potremmo avere una soluzione.

2. Non siamo credibili (?)

Allora, detta così sembra tremenda (e per questo ci ho messo un punto interrogativo). Perché se non siamo credibili vuol dire che c’è qualcosa di molto sbagliato in quello che stiamo facendo. Eppure ho l’impressione che ci siano persone che, a pelle, non trovano me e Marco credibili. E secondo me per altri due motivi: un po’ perché non capiscono davvero bene il nostro settore e lo guardano già con una certa diffidenza; un po’ perché non siamo quello che si aspettano, proprio in termini di apparenza e di modo di fare.

Ho parenti e amici che si sono fatti abbindolare da creativi più simili ad agenti immobiliari che secondo loro erano “davvero bravi” e anche: “ma com’è che non li conosci?”. Gente in doppio petto lucido e cravattona, che facevano gli amiconi, sembravano distinti e professionali, dicevano parole magiche come “presto”, “in fretta”, “fatturato”, “migliaia di like”.

Noi, alla fine, sembriamo un po’ fessi forse, con le nostre magliette stampate, i modi ironici, i miei orecchini che forse sono davvero troppo strani e soprattutto le zero soluzioni pronte in 5 minuti. Noi cerchiamo spesso un dialogo, tentiamo di spiegare, approfondire e, diciamolo, la gente si annoia.

Soluzione

Comprare un gessato? Dire “Scheduliamo un meeting”? Io non ho bene le idee chiare su come migliorare questo punto. Forse si tratta di affinità elettive, di momento giusto in cui iniziamo a parlare e l’altro ci ascolta con interesse… Difficile a dirsi.

Forse ci comprendono le persone che, in fondo in fondo, sono un poco simili a noi. E questo da un lato è bello. Dall’altro, sarebbe interessante riuscire ad aprirsi anche a chi è lontano dal nostro mondo. C’è tantissimo da fare sull’educazione al digitale in Italia e, per una volta che mi sento di avere delle cose da dire che non riguardano i gemelli appena nati di Beyoncé, mi spiace se non vengo ritenuta credibile.

D’accordo?!?

Per questo, la strada migliore è forse quella di imparare a vendersi un po’ meglio (o tirarsela? Sul tema ci scrivo a breve un altro post), senza diventare Wanna Marchi, per carità, ma cercando di far capire che con gli anni e il duro lavoro (e i tanti errori), nel nostro piccolo qualche cosa si è pure imparato e si può mettere al servizio di altre persone.

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