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18 ottobre 2018
Marianna

A parole siamo cattivi

Ho imparato sulla mia pelle che le parole sono una cosa, le azioni sono altre. Le parole contano, ma quello che si fa conta molto di più. A parole siamo capaci tutti: tutti fenomeni, tutti bravissimi, tutti pieni di buone intenzioni e poi, nella realtà, un nulla di fatto. Pelandroni, paurosi, pigri, noiosi, sfigati.

A parole puoi dire di amare qualcuno e poi lo picchi

A parole puoi dire che aiuterai gli altri e poi stai in pigiama sul divano.

A parole il prossimo anno sfonderai con la tua idea e poi sei ancora lì sul bordo del trampolino ché non sai bene, magari l’acqua è fredda.

A parole puoi andare in capo al mondo e poi invece sei a fare il giropizza con gli amici di una vita.

A parole non sei razzista e poi, se vedi un’ingiustizia per strada, ti giri dall’altra parte.

A parole siamo tutti nel Mulino che vorrei. E poi nella realtà facciamo parecchio cagare. Magari la spiegazione a tutto questo è solo che facciamo come possiamo, ma non so.

Finché la barca va

Però quel famoso mare che sta tra il dire e il fare, quando lo solchiamo? Quando prendiamo la nostra nave, la nostra barca, la nostra zattera, il salvagente o la barchetta di carta tenuta insieme con lo sputo e ci mettiamo a remare?

Dovremmo accorciare le distanze tra il dire e il fare. Perché se i virtuosismi sono la prima alla Scala, per me le parole sono le lunghe prove a porte chiuse che ti fanno diventare Maria Callas. Le parole sono la miccia di cose belle che prima si devono dire e poi si devono fare.

Padroni del vapore

Le parole sono belle, siamo noi uomini che le rendiamo brutte. Siamo noi che urliamo come se fossimo i padroni del vapore, che facciamo il dito medio al mondo, che non siamo in grado di articolare un pensiero, di confrontarci, di ascoltare. Cazzo, non sappiamo mai ascoltare niente. E ci diciamo accoglienti e amanti della famiglia e dell’amore e di Gesù e poi siamo lì a scrivere negro, frocio, puttana, ti sgozzo, mongoloide.

La nostra libertà di espressione è diventata una prigione di ignoranza, una prateria di piante cattive di quelle difficili da estirpare.

Per questo vorrei dare seguito alla mia promessa di fare qualcosa (ne parlavo qui), e scrivere una serie di post sulla responsabilità che hanno le parole. Che abbiamo noi, quindi. Perché per salpare e sfidare le onde e arrivare sulle spiagge del fare, dobbiamo iniziare a dire le cose e a dirle bene. Anche perché io ci lavoro tutti i santi giorni con le parole e per me sono importantissime. Magari meno delle azioni, d’accordo. Ma importanti. Io ci voglio bene, alle parole. E le voglio proteggere da tutte queste persone che le trattano male, le usano male, per fare del male.

Agevoliamo anche un video

Ieri abbiamo pubblicato l’ultima puntata di Mamma, guarda che lavoro! (la conosci? È la nostra serie di video dove intervistiamo gente molto brava e parliamo di professioni creative). Abbiamo chiacchierato con lo scrittore e autore Tv Matteo B. Bianchi – una persona meravigliosa, va detto – di parole, flame, commenti, insulti e della responsabilità di quello che diciamo quando accendiamo il pc o il telefono.

Ti lascio qui il video perché è molto interessante: spero ti piaccia.

Così come spero che tu voglia seguirmi in questo viaggio per mare e parole e, magari, farmi sapere la tua.

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